Caso Genoa: riflessioni di un profano
Germano D'Ambrosio
Spesso si sente dire che i tifosi non contano più nulla nel calcio. Sbagliato: i tifosi, o meglio una parte di essi, hanno un potere enorme tra le mani, oggi più che mai. Ad esempio, sono in grado di non far disputare una partita, come è successo ieri in quello che sarebbe dovuto essere un match tra Genoa e Catanzaro (ma non è il primo caso, basti pensare al derby Roma-Lazio dello scorso anno). Di più: i tifosi sono in grado di mettere pressione all'intero Palazzo circa le sorti di questa o quella squadra, quando si tratta di giudicare su infrazioni al regolamento, e addirittura su reati. Tant'è che oggi, preso atto che il Genoa verrà retrocesso in Serie C1 per aver falsato l'esito di una partita, molti attaccano la decisione sostenendo che "non è stata tenuta in considerazione la fede e la passione del popolo rossoblù". Lo stesso popolo che, indubbiamente, manifesterà la propria rabbia nelle prossime ore, spero nel modo più civile possibile. Per fortuna, dico io, che il ricatto del "o alle nostre condizioni o guerra" giunto da parte di molti facinorosi non è stato ascoltato da chi aveva il ruolo di giudicante. Se così fosse stato, si sarebbero create le condizioni di una vergognosa oclocrazia del pallone, dove decide chi grida di più, chi blocca i traghetti, chi paralizza il traffico. Il luogo comune che "se si fa casino qualcosa si ottiene" va sfatato: lo sanno bene i tifosi del Napoli, lo stanno imparando quelli del Genoa, i quali farebbero meglio a smettere, inoltre, di gridare alla congiura (altro luogo comune, italianissimo e impossibile da distruggere). La magistratura ha preso nota di fatti e testimonianze, dopodichè ha giudicato, in maniera corretta o meno come accade in tutti i processi del mondo. Non si vede del resto perché, mettendosi dalla parte dei malpensanti, in assenza di prove evidenti si sarebbe voluto danneggiare una squadra come il Genoa che, per il bacino d'utenza che possiede, porta soldi e visibilità al calcio nostrano.
E allora che protesta sia, ma non contro il Palazzo, che ha fatto (magari anche controvoglia) il suo dovere.
La vera protesta, i tifosi genoani, la devono scatenare contro un presidente che è riuscito a farsi scoprire mentre rubava una partita che avrebbe già vinto, e che fino all'ultimo ha ostentato una sicurezza e un'arroganza da campagna elettorale: scusate, ma è il massimo della stupidità. Non l'ha rubata, è tutto falso? Mi risulta difficile credere che migliaia di tifosi che pendono dalle labbra dei giornali ne sappiano di più di un pool di giudici che vengono retribuiti per cercare la verità. Io stesso, quella valigetta coi soldi, non l'ho vista né analizzata: ma mi fido di chi l'ha fatto anche per conto mio. Se poi la rabbia è tanta, si può sempre andarla a sfogare contro chi ha fatto la "soffiata": è ovvio che una situazione come questa non può essere uscita fuori che dalla segnalazione di qualcuno interessato a danneggiare il Genoa. Non mi sono mai stati simpatici quelli che, a scuola, spiavano la marachella e poi correvano a raccontarla alla maestra. Anche perché generalmente erano quelli che avevano di più da nascondere. E nel calcio, se andiamo a vedere quante partite vengono "truccate" ogni anno, entriamo in un vicolo cieco che non ci piace affatto. Ma allora, può valere il ragionamento "se si condanna il Genoa, si condannino anche le altre"? No. O meglio: sì, ma facendo un passo alla volta. Prima il Genoa; poi, quando si avranno intercettazioni telefoniche e altre prove tangibili, anche le altre. La C1 ha ben due gironi: c'è spazio per tutti.




