Julio Cesar, toccata e fuga al Milan
Germano D'Ambrosio
Si prega di non confonderlo con l'ex difensore di Juventus e Borussia, né con il bravo portierino dell'Inter che, se continuerà a far bene, forse meteora non lo diventerà mai, con buona pace di Francesco Toldo. Qui, invece, si parla di un centrale brasiliano con passaporto spagnolo e cuore messicano, piovuto a Milano in un autunno di qualche anno fa. Un "pacco" curiosamente non raccolto da Moratti, ma dal concittadino Galliani. Succede.
Julio Cesar Santos Correa nasce a Sao Luis de Maranhao, in Brasile, nella mattinata di Venerdì 17 Novembre 1978. Inizia subito a giocare come difensore in un piccolo club della sua città, il Sao Luis, finché un selezionatore messicano - per la precisione Panchito Hernandez - non decide di fargli fare un provino con l'America di Città del Messico, nel 1994. A soli sedici anni, dunque, Julio Cesar si trova già a dover lasciare la famiglia e gli amici per cambiare nazione; dopo un anno e mezzo di settore giovanile, il giocatore non riesce però a trovare lo spazio in prima squadra che si attendeva. Ma il debutto nel calcio professionistico è rimandato solo di poco tempo. Il difensore, infatti, dopo una brevissima parentesi in Honduras (al Marathon) lascia il Sudamerica e approda nell'estate del 1996 al Real Valladolid, espressamente voluto dal tecnico degli spagnoli Vincente Cantatore, che gli riserva un trattamento davvero particolare, facendolo partire spesso da titolare nonostante la sua giovanissima età. Julio Cesar, legato al Valladolid con un contratto quinquennale, stupisce tutti e in due anni riesce ad accumulare un bottino di 60 partite giocate e quattro gol messi a segno, mettendo piede pure in Coppa Uefa. Si parla già di "enfant prodige", e su di lui mette gli occhi addirittura il Real Madrid, che nell'estate del 1999 gli fa firmare un contratto per sei anni. Il trasferimento si inserisce nel contesto di una faraonica campagna acquisti da 150 miliardi di vecchie lire, nella quale spicca il nome di Nicholas Anelka, sempre lui, il Ras delle meteore mondiali. Per Julio Cesar è la consacrazione: alla prima stagione con la maglia delle "merengues" il giovane coloured riesce a ritagliarsi molto spazio, e gioca 21 partite tra campionato e trofei vari. I nuovi acquisti - fatta eccezione per Anelka, ovvio - sembrano girare a meraviglia e a fine stagione il Real può incrementare il proprio palmares vincendo la Champions League, battendo il Valencia a Parigi per 3-0 (ma Julio Cesar non è in campo). La stagione successiva si apre con la vittoria in Supercoppa di Spagna e con il 5-1 rifilato al Milan in occasione della Coppa del Centenario, ma il brasiliano (che nel frattempo ha acquisito anche il passaporto spagnolo) sembra chiuso da un Fernando Hierro in condizioni stratosferiche. Passano poco più di due mesi, e Julio Cesar viene dirottato proprio al Milan, in prestito con diritto di riscatto. E' il 28 Ottobre del 2000. "Il Milan era la squadra dei miei sogni, non avrei mai pensato di giocarci" dirà lo stesso Julio Cesar qualche anno dopo. Per i tifosi rossoneri, invece, lui era - ed è - il giocatore dei loro incubi.
Il brasiliano-spagnolo viene chiamato a soccorrere un Milan che, con Zaccheroni seduto in panchina, in difesa traballa oltremodo. Del resto, oltre al sempreverde Maldini, il reparto difensivo annovera l'acciaccato Costacurta, il non irreprensibile Chamot, e altre comparse come Helveg, Sala e Roque Junior. I rossoneri, dopo aver vinto facile la prima col Vicenza, perdono a Bologna e a Parma, e pareggiano in casa con la Juventus. A fine Ottobre, come detto, arriva un giovane difensore nientepopodimeno che dal Real Madrid: suona come un biglietto da visita invidiabile anche per uno sconosciuto come Julio Cesar. Il quale, tuttavia, di spazio ne trova veramente pochissimo. Compare per la prima volta in panchina a Bari, l'11 Novembre, e debutta in campo - facendo anche un'onesta figura - all'Olimpico contro la Lazio, subentrando a Costacurta a metà partita e traghettando i suoi verso un pareggio per 1-1 tutto sommato accettabile. Nella gara successiva, contro il Napoli a San Siro, parte da titolare e regge gli assalti del pur inconsistente attacco partenopeo: finisce 1-0 per i rossoneri, ma i tifosi contestano ugualmente tecnico e squadra, al termine di una gara in verità molto noiosa. Zaccheroni regala al brasiliano altri 20 minuti sul difficile terreno di Udine (e ancora una volta il Milan passa per 1-0), poi panchina contro Lecce, Verona e Perugia. Ma i rossoneri, con la difesa a quattro Roque Junior-Maldini-Costacurta-Helveg, sembrano aver trovato una sistemazione piuttosto decorosa; inoltre, Julio Cesar è vittima del più classico degli attacchi di "saudade", e chiede di lasciare il freddo inverno milanese. A Gennaio il giocatore viene rispedito al Real Madrid, che da parte sua non ha alcuna intenzione di inserirlo nuovamente in squadra, e lo dirotta alla Real Sociedad di San Sebastian. Il Milan sopperisce alla sua partenza con il vetusto Marco Lanna dal Saragozza e Pablo Garcia dall'Atletico Madrid. Quando si dice due innesti di qualità...
In Spagna, Julio Cesar sembra riprendere gambe e testa, e porta a termine una seconda metà di campionato dignitosa con la Real Sociedad, andando anche a segno contro il Racing di Santander. Nell'estate del 2001 in Real lo dirotta in un'altra grande squadra internazionale, il Benfica: ma qui gli esiti sono catastrofici. In tutta la stagione, il giocatore scende in campo solo due volte, contro l'Alverca e il Salgueiros, nobilitando peraltro la sua presenza con un gol in entrambi in match. Ma nonostante la vena da goleador, il giocatore non rientra nei piani del tecnico e della società. Peggio ancora l'esperienza con l'Austria Vienna: qui, accolto con grande entusiasmo e spalleggiato dal direttore sportivo Peter Svetits, riesce a giocare solo dieci volte tra campionato (alla fine, vinto) e Coppa Uefa. Il Real Madrid, che ne detiene sempre il cartellino, riprova con il "low profile" e nel 2003 lo manda al Real Valladolid, il club che lo ha lanciato nel calcio europeo. Julio Cesar sente aria di casa e diviene titolare inamovibile, andando pure in rete contro il Malaga. "Che sia definitivamente maturato?" si chiedono al Real. La prova del nove si chiama Premiership, per la precisione Bolton, dove Julio Cesar viene chiamato a fornire prove della sua non-dipendenza dal campionato iberico. Il difensore si presenta con tutti i crismi: "Ho bisogno di stabilità, sia professionale che familiare. Fino ad ora sono stato accolto benissimo, sembra che mi conoscano da anni!" afferma Julio Cesar a pochi giorni dal suo sbarco. Poi aggiunge: "Sono sicuro che mi troverò molto bene in Inghilterra, qui si gioca un calcio dove hai sempre la possibilità di segnare. Spero di riuscire, magari, ad essere convocato con la Nazionale spagnola...". Già, perché il Brasile, pur non essendo per tradizione un paese di difensori, ha sicuramente di meglio da offrire; dunque meglio aggrapparsi al doppio passaporto. In ogni caso, la convocazione non arriva - e non arriverà mai - perché ancora una volta Julio Cesar fa tanta panchina, nonostante l'occhio di riguardo di mister Sam Allardyce. Il ruolino è sconfortante: sei partite, di cui cinque sconfitte. Sorte vuole che a "chiudere" il coloured sia ancora una volta Fernando Hierro, il cui rendimento aveva già fortemente limitato le sue presenze ai tempi del Real Madrid (di quella squadra, al Bolton, c'è anche il centrocampista Ivan Campo). La delusione è tanta; qualche tempo dopo, proprio parlando di Fernando Hierro, dirà sfogandosi: "E' uno che parla tanto. Parla qui, parla là, vuole sempre mettere ordine e imporre il suo parere. Tutto il contrario di Paolo Maldini, un leader vero". Il Real Madrid lo scarica, e Julio Cesar decide di cambiare aria una volta per tutte. Nel Luglio del 2005 firma con i messicani del Tigres di Monterrey, motivando così la sua decisione: "La mia prima vera squadra è stata l'America di Città del Messico, e da quando sono partito ho sempre desiderato di tornare, un giorno, a giocare nel campionato messicano, dove non sono mai riuscito a scendere in campo. Mia moglie, del resto, è messicana (conosciuta proprio ai tempi dell'America, ndr) e mi ha sempre detto che il mio destino sarebbe stato lì. Ma non volevo tornare solo in età avanzata, per chiudere la carriera. Non conosco bene la città di Monterrey, ma da quello che ho visto mi sembra una città perfetta dove vivere e far studiare i miei figli". Dunque dieci anni dopo Julio Cesar ricomincia da dove aveva lasciato, e curiosamente la sorte gli contrappone, al debutto, proprio l'America (31 Luglio scorso). Poco importa se i Tigres escono sconfitti per 3-1. Julio Cesar, ora, per i suoi è un leader. Come Hierro o come Maldini, non ci è dato saperlo...




