Giorgio Chinaglia e il mondo alla rovescia
Germano D'Ambrosio
L'esplosione dell'affaire Chinaglia torna buona soltanto alle innumerevoli radio romane - filo diretto con gli ascoltatori, inimitabili in quanto a genuinità - e ad una certa pubblicistica ultrà, quella per intenderci che mette i voti alle tifoserie facendo la media matematica botte prese/botte date. Il resto del mondo, credo, ne avrebbe fatto volentieri a meno. La pentola aveva cominciato a bollire poco prima di Calciopoli, quando l'Antimafia di Napoli forse per prima capì. Allora Moggi e soci monopolizzarono le pagine dei quotidiani, e si finì per metterci una pietra sopra. Si finse di dimenticare, perché faceva comodo (ad alcuni) e faceva stare più sereni (tutti). Ma la miccia era stata accesa, ed ora che la bomba è scoppiata è impossibile evitare di porsi alcune domande sconvolgenti. Da questa storia non potrebbe mai essere tratto un film, perché ciascuno dei personaggi si è comportato in modo antitetico al proprio ruolo, o al proprio stereotipo. Giorgio Chinaglia - il protagonista - si è messo alla guida di una cordata di imprenditori decisi ad acquistare la Lazio, ma non ha mai dichiarato con chiarezza chi fossero queste persone, fornendo sempre spiegazioni evasive. Ora spiega di non conoscerne affatto l'identità, e questo paradossalmente costituisce pure un punto a suo favore. Sic est.
Claudio Lotito - l'antagonista - ha salvato la Lazio dal baratro; magari aiutato da qualcuno, o attraverso strade non sempre ortodosse, ma fatto sta che la società biancoceleste oggi non vive né al di sopra né al di sotto delle proprie possibilità. Ma è stato dileggiato, insultato, minacciato, da quella stessa folla che gridava di piacere nell'epoca Cragnotti (splendida, ma a con quali mezzi e a che prezzo?) e poi ha gridato allo scandalo per le chiamate di Moggi. Strano. Discorso analogo per la spalla dell'antagonista, il sig. Delio Rossi, persona perbene prima che tecnico competente. E poi ci sono loro, i tifosi, anzi gli ultrà, quelli che in teoria dovrebbero pagare per sostenere la propria squadra, e invece vengono pagati per farlo, o per non farlo, o per fare il tifo per un imprenditore. Sono gli stessi che in quel Lazio-Inter del 5 maggio 2003 tifarono nerazzurro e chiesero ai propri giocatori, per favore, di perdere. Infine i giornalisti, gente pagata per farsi delle domande, ma che non ha avuto modo - tutta presa dall'attacco contro i potenti del calcio - di chiedersi come mai tutte queste persone si comportassero in modo così bizzarro. Si noti che ho evitato di parlare dell'intervento della camorra, delle minacce all'incolpevole signora Lotito, del business commerciale dei tifosi, di Paolo Di Canio che plaude agli ultrà arrestati sfiorando l'apologia di reato (almeno lui, in questo senso, coerente). Ho preferito risparmiarvelo: di lunedì si è già abbastanza tristi.




