Mastella attacca Rossi: "Gli voterei la sfiducia"
La stagione calcistica pare sull'orlo di un burrone prima ancora di prendere il via. I calendari sono sotto lo schiaffo del ricorso della Juve al Tar del Lazio e c'è il rischio che il pallone italiano campione del mondo sprofondi sempre più nel caos. «La colpa è della mancanza di buon senso», dice Clemente Mastella, ministro della Giustizia. E ci vuole poco per capire che nella sua personale divisione di responsabilità per l'escalation dello scontro non ci sia partita: secondo Mastella, è la Federcalcio di Guido Rossi ad aver fallito.
Lei ha ritenuto legittimo il diritto della Juve di ricorrere al Tar.
«Se fosse toccato a me, avrei fatto lo stesso. Quando retrocedi in serie B e con una penalizzazione di 17 punti, rendendo difficile pure il ritorno in serie A l'anno successivo, devi difenderti».
Ma la legge 280 dice che comunque il ricorso al Tar non è possibile senza avercompletatoprima l'intero iter giudiziario- sportivo che in questo caso prevede anche l'Arbitrato.
«Questa vicenda poteva chiudersi in sede di Conciliazione».
La società bianconera ha addirittura chiesto 130 milioni di euro per danni a Federcalcio e Coni e anche se ora i legali dicono «ci siamo solo riservati la possibilità di chiedere un risarcimento», la presa di posizione fa pensare che si voglia spaventare la controparte.
«Io quella richiesta non l'avrei fatta anche se il danno è evidente. Ma il problema è il buon senso, che si doveva usare prima, in sede di Conciliazione, quando ci si è presentati offrendo la cancellazione delle giornate di squalifica del campo. Non so se il simpatico Commissario sa che alla Juve, per i tifosi che ha, conviene giocare fuori casa più che dentro... E a proposito, ho letto che il mio amico Lolli (sottosegretario al ministero dello sport, ndr) ha detto che il Commissario ha il gradimento del Governo. Il mio non ce l'ha.
Che fa, «sfiducia» Rossi?
«Se la si mettesse sul piano politico, presenterei una mozione di sfiducia. A mio giudizio avrebbe potuto essere un consulente di altri, come ha sempre fatto, studiando come cambiare le norme e basta. Ma rispetto l'autonomia dello sport e quindi è giusto che le decisioni siano del Coni».
In queste settimane di caos calcistico, l'argomento è mai stato all'ordine del giorno, anche soltanto per uno scambio di battute fra ministri?
«No, mai. Le ripeto: è al Coni che spettano le decisioni» Torniamo alla vicenda giudiziaria e al nulla di fatto in sede di Conciliazione. L'«offerta» secondo lei non era congrua.
«Esattamente».
Però siamo o non siamo di fronte a uno scandalo sportivo senza precedenti che merita sanzioni durissime?
«Io non ho detto "si doveva assolvere". Ma tra l'assoluzione e l'ergastolo sportivo ce ne corre. E se qualcuno è condannato all'ergastolo sportivo è chiaro che cerca di ribellarsi. Peraltro con una decisione che è pure coraggiosa, perché se ti danno torto i punti di penalizzazione possono anche aumentare».
Ma quale sarebbe una pena giusta?
«Io dico che c'è stata in queste settimane un'idea sbagliata, una sorta di fissità ideologica che leggeva la vicenda come le "mani pulite del calcio". Tradotta in una specie di furia iconoclasta. E non capisco tutta questa gente, moralisti più della morale: davanti alle sentenze di primo grado, dicevano che le sentenze non si commentano. Poi, dopo la Corte Federale, tutti a criticarle».
Ma furia iconoclasta di chi?
«Della giustizia sportiva. Ripeto: io non ero per il "tutti assolti", ma l'eccesso è eccesso. E tutto ciò sta deprezzando il nostro calcio nel mondo. E poi che fa Blatter? Si permette di non premiare la nostra Nazionale campione del mondo e di minacciare squalifiche? Ma chi è? Il ministro della giustizia mondiale?».
Qui però dalla furia iconoclasta si passa al paradosso. Dopo i silenzi della prima fase dell'inchiesta, Moggi dà bacchettate a destra e a manca. Sembra sia lui la vittima dello scandalo...
«Io dico che gli eccessi fanno venire fuori cose che dovrebbero starsene in naftalina».
A questo punto il rischio è che il calcio non riesca a partire.
«Posso solo ripetere che ci vorrebbe ciò che finora è mancato: un po' di buon senso».




