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Ritratto a tinte forti di Chinaglia, aspirante presidente della Lazio

autore
Marco Frattini
sabato 1 aprile 2006, 15:582006
autore Marco Frattini
01.04.2006 15:582006

Un'avventura, non una vita normale, ancorché scandita dal gusto forte della sfida. Pacchi presi e contropaccotti non riusciti, una partita infinita attraversata dall'insopprimibile desiderio di apparire diverso, eccessivo, unico, nel calcio. Un tirabidoni, Giorgio Chinaglia, da quando gli è presa la fissa di comprare società di calcio in Italia supportato da improbabili investitori votati alla sparizione al momento di concludere, assegni in mano? Zoltan Szivas, evidentemente un faccendiere ungherese del pallone, suo abituale compagno di merenda, in rappresentanza di Befkfesi Budapest: sottobraccio hanno tentato di comprare in successione cinque club italiani. Marsala, Foggia, Benevento, Triestina, Lanciano. L'ungherese s'è volatilizzato, Chinaglia privato dell'assist. Un maniaco della scalata Long John, il soprannome che gli appiccicò addosso Ferruccio Mazzola, fratello di Sandro. Novantotto gol in 208 partite. Giorgio Chinaglia re di New York e dintorni allo spirare degli anni '70, i tempi dei Cosmos, gloria e ricchezza, prima come calciatore al fianco di Pelè e Beckenbauer, poi dirigente di quella spettacolare compagnia di giro. Uno dei dieci uomini più ricchi degli Stati Uniti, scrivevano di Chinaglia i giornali dell'epoca. Il suo gergale e la sua gestualità talvolta scomposta riempirono le cronache: al San Paolo fece il gesto dell'ombrello ai napoletani, ultima giornata di campionato, Damiani fece gol, imitato da Cuccureddu all'Olimpico, scudetto alla Juve, ciao Lazio. Idem come sopra, il brutto della diretta tv, ai mondiali di Germania, destinatario Ferruccio Valcareggi, che aveva osato sostituirlo con Anastasi.

Una vita sempre sopra le righe, protagonista Giorgio Chinaglia. Nato a Carrara, seguì il papà operaio a Cardiff, prima di diventare calciatore semi-professionista in Inghilterra, a Swansea. Poi, l'Italia, la Napoli dell'Internapoli, auspice Carlo de Gaudio, in serie C, allenato da Arnaldo Sentimenti e da Oscar Montez, e la Lazio grande e folle, lui e il futuro avvocato Pino Wilson, Pulici e Garlaschelli, il povero Re Cecconi, e Martini, prossimo pilota di aerei. Il buonsenso e la classe di Tommaso Maestrelli come unico gestore di quella simpatica, straordinaria banda di matti del primo scudetto laziale. Una squadra sopra le righe, come Chinaglia. Le bufere ad attraversare la sua vita, dall'83 ad oggi, compagno dell'avventura, sotto forma anche di quella fissazione. «Quando Giorgio tornerà...», delirava la curva Nord dell'Olimpico prima del suo clamoroso ritorno in Italia. Long John presidente e proprietario della Lazio mollata dal professore Chimenti. Il danese Laudrup e il brasiliano Batista i primi acquisti, un attico a piazza di Spagna, il tentativo poi di prendere ad ombrellate il giocattolaio Menicucci, arbitro fiorentino, buffi e fallimento, e subito sfumò la grandeur sua e dei soci.

Fonte: Franco Esposito per Il Mattino