Matteo Sereni: "Solo Buffon e Toldo più forti di me"
Ilario Imparato
Se fosse per Matteo Sereni si tornerebbe ai numeri 1 (di maglia), alla scuola «italiana» come specie protetta e ai portieri «matti» perchè «intoccabili». Il Torino, fra i pali, ricomincia dalle uscite di un ragazzo che ha una gran voglia di volare in quota dopo quasi un anno e mezzo da spettatatore.
Dai silenzi di Abbiati alle riflessioni ad alta voce di Sereni. Un cambio di rotta in tutti i sensi.
«Non mi piacciono i paragoni, soprattutto fra colleghi. Io sono Sereni, un guerriero pronto per il Toro. Se c'è da mettere la faccia, la metto. Se c'è da alzare la voce, non mi tiro indietro, ma senza spavalderia. Non appartiene al mio mondo».
Un mondo che si è fermato al 18 marzo del 2006, ultima sfida di campionato a Treviso.
«Non mi sono dimenticato come si sta in porta, anzi. Mi manca solo l'adrenalina del sabato sera in ritiro, lo stadio, le urla del pubblico. Non vedo l'ora di conoscere Novellino».
Sarà una squadra rivoluzionata con tanti volti nuovi, preoccupato?
«No e poi qualche compagno lo conosco già. Ed ho già capito quale deve essere lo spirito per farsi apprezzare dai tifosi della Maratona».
Brucia ancora l'esperienza alla Lazio di Lotito?
«Ora penso al Toro e a fare bene in granata».
Cosa deve custodire un portiere per trasformarsi nel re dell'area di rigore?
«Devi essere veloce di testa e di gambe. Avere spalle larghe e palle grosse».
Un voto ai suoi colleghi.
«Buffon il più bravo, poi Toldo e...io. A fine anno sarò sul podio dei più bravi».
Niente spavalderia.
«Niente presunzione, ma solo la certezza di giocarmela con i più forti che rimangano sempre gli italiani».
Milan e Inter però non la pensano così.
«Quella di affidare la porta ai sudamericani, brasiliani in testa, è una moda che non mi piace. Dopo Buffon ho messo Toldo perchè Francesco è ancora fra i miei preferiti anche se gioca poco».
Dida fra i bocciati, dunque?
«Dida è da promuovere, il mio è un discorso generale. Gli stranieri hanno a loro vantaggio il fatto che subiscono meno la pressione del nostro calcio, ma i portieri italiani non si discutono».
C'è però un problema di generazioni?
«Il vero peccato è che si stia perdendo la tradizione: oggi non ci sono più i preparatori che costruivano le fortune dei numeri 1 di casa nostra. Penso al lavoro di Lido Vieri, di Negrisolo, di Persico e di Battara che mi ha cresciuto. E, poi, basta con le maglie 80, 99, 72...Al portiere bisogna ridare l'1».
«...Matteo sei già dimagrito...». Cairo, qua in Sardegna, le ha già fatto i primi complimenti oltre a ribattezzarla con il soprannome Tyson.
«Mi sono messo a ridere. Una cosa è certa, dopo il ritiro sarò una montagna...Di muscoli si intende».




