Menu Serie ASerie BSerie CCalciomercatoCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomofiorentinafrosinonegenoainterjuventuslazioleccemilanmonzanapoliparmaromasassuolotorinoudinesevenezia
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenahellas veronalatinalivornomonzapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasampdoriasassuolo
Altri canali calciomercatoserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistichemondialimondiale per club

Mazzarri: "Sono pronto per un grande club"

autore
Marco Frattini
sabato 17 marzo 2007, 17:072007
autore Marco Frattini
17.03.2007 17:072007

Suo padre e sua madre avevano una panetteria a San Vincenzo, in provincia di Livorno, non lontano dal Gambero Rosso che Fulvio Pierangelini ha reso uno dei primissimi ristoranti italiani. Non era una panetteria qualunque. Era già un'aziendina con il futuro assicurato quando Walter Mazzarri, allenatore della Reggina che miracolosamente sta risalendo l'handicap di 11 punti, salutò la compagnia. «Non è che volessi diventare qualcuno né arricchirmi, perché non ero povero. Mi piaceva il calcio», racconta. Più che un piacere, è diventata una puntigliosa ossessione. «A volte - rivela - fatico a prendere sonno. Martedì mi giravo nel letto soltanto perché avevo visto un mio giocatore distratto, quasi che non gli importasse niente della rivisitazione della partita con la Lazio che avevo fatto per un'ora e un quarto con la squadra. Mi torturavo all'idea di come e dove gli avrei parlato: alle sei guardavo ancora il soffitto, cercando la soluzione». Il calcio è diventato questo. Si sfiora la maniacalità, si assorbono i problemi e li si sbriciola in coriandoli da studiare al microscopio come se fossero gli agenti della fissione nucleare. «Mi prende soprattutto nella parte che riguarda la gestione degli uomini - dice Mazzarri -. Lei mi chiede se mi diverto ancora. Godo come un riccio quando vedo realizzarsi sul campo quello per cui ho lavorato in settimana, è una sensazione bellissima, appagante ma che mi diverta, no. E non faccio stare bene gli altri con cui divido la mia vita perché la mia testa lavora sulle stesse cose. Di cinema non se ne parla, cene poche. La sera mi chiudo in casa, sul mare, e fino alle undici e mezzo il telefono è collegato: ho rinunciato a vedere i film alla tv perché a ogni chiamata perdevo il filo della trama e allora scelgo i dvd, almeno posso sospendere la visione e un film di due ore me ne dura quattro». Quarantasei anni da compiere, sposato, un figlio quasi dodicenne, Gabriele, che vive a Empoli («come si fa a spostarsi con la famiglia in un mestiere dove dopo tre mesi possono farti fare le valigie?»), gli studi in Economia e Commercio interrotti dopo 12 esami e il corso di Coverciano superato con una tesi minuziosa sull'allenatore in seconda (il ruolo con cui cominciò, scelto da Renzo Ulivieri dopo aver letto una sua relazione) Mazzarri è uno degli uomini importanti di un campionato anomalo. «Anomalo - obietta - è un eufemismo, io l'ho definito falsato perché come potrebbe essere altrimenti quando non si parte tutti dalla stessa linea?». Poche squadre giocano bene come la sua Reggina che ha fatto tremare l'Inter a San Siro più di quanto non abbia fatto il Valencia, anche se il Valencia fece due tiri e due gol mentre la sua squadra ne fece dieci e perse 1-0. Il problema è che nel calcio, alla fine, è una questione di qualità di piedi e a Reggio, da quando c'è lui, chi guadagnava oltre un milione se n'è andato, chi aveva un buon mercato pure e si è lavorato sugli esordienti da lanciare (trenta in tre anni) e sui giocatori che sembravano finiti. La traccia del lavoro di Mazzarri è comunque netta e presto gli permetterà il salto in una nuova dimensione. Dicono che andrà alla Samp, nonostante abbia ancora un anno di contratto, e sarebbe il quarto, in Calabria. «Quando uscì la prima sentenza - ricorda -, condannati a -15, volevano scappare tutti. Anch'io avevo dei dubbi però sentivo che dovevo restare altrimenti avrei fatto come il capitano che abbandona la nave e sbatte la porta a qualunque speranza. Alla fine abbiamo costruito una squadra con l'impronta che volevo: senza la penalizzazione, l'obiettivo sarebbe stato imporre un gioco e portare la Reggina ai confini delle Coppe e sono sicuro che adesso saremmo più o meno con l'Empoli. Con l'handicap non ho tradito l'idea di gioco e l'obiettivo si è ridotto alla salvezza ma se la centriamo sarà l'impresa più grande della mia vita. Più grande dello scudetto per l'Inter».

Su di lui si stanno concentrando molte invidie. Qualche collega lo fiuta come un pericoloso concorrente, qualche manager ne diffida perché si dice che non permette a nessuno di intrufolarsi nella gestione della squadra ed è la pura verità. Il carattere è quello che è. Toscanamente tosto o, come si usa dire, scomodo. Una volta ha persino tenuto fuori dal centro sportivo della Reggina un personaggio importante perché «avevo detto che ci si allenava a porte chiuse e, se sono chiuse, lo sono per tutti». «In campo - spiega - mi agito ma è il solo modo per restare attento: mi muovo, parlo, ragiono con i giocatori in panchina perché non sopporto che stiano lì svagati e allora commento ogni giocata perché capiscano gli errori e non li ripetano se tocca a loro. Dicono che mi lamento sempre degli arbitri ma lo faccio se vedo decisioni incomprensibili, e ne sono successe. Dicono che sono un presuntuoso perché ai giornalisti cerco di spiegare il mio lavoro, cosa che pare non si usi più. Passo per uno sanguigno e irrazionale, invece sono uno che quando fa una scelta ci pensa cento volte. In realtà mi accusano di tante cose perché sui risultati è difficile attaccarmi».

«So di essere pronto per una grande squadra - prosegue -, ne ho passate troppe in questi anni per non esserlo. Ma in Italia c'è una strana meritocrazia e per chi lavora al Sud è più difficile affermarsi, c'è meno attenzione, ancora adesso c'è chi mi definisce un emergente, dopo che sto in serie A da tre anni e partendo non da zero ma da sottozero. Anche quando venni a Reggio, dopo aver portato il Livorno in A, c'era un po' di scetticismo. Un giornalista mi chiese persino se ero sempre così bellino. Mi incazzai. Perché per essere bravo uno deve essere brutto, con il naso grosso e il cranio rasato come tanti miei colleghi? E se metto gli occhialini non è perché voglio sembrare intellettuale quando vado in tv. Il calcio ormai prende la misura sulle apparenze. Lo vedo nei giocatori, sempre preoccupati dell'immagine: invece sarebbe importante che da ragazzi gli si insegnasse a mantenere un contatto con la realtà e i valori della vita, la lealtà, il rispetto. Mio padre quando tornavo a casa da Firenze, mi svegliava alle sei per mandarmi a lavorare al forno: io, a 17 anni, mi ribellavo ma oggi ringrazio che l'abbia fatto. Questo calcio è lo specchio della società e di una gioventù che non mi convince. Da ragazzo se un poliziotto mi guardava, arrossivo perché ne sentivo l'autorità. Oggi lo sbeffeggiano».

Fonte: Marco Ansaldo per La Stampa