Torino: Ardito, un futuro da libero
Lo incrocio per sbaglio all'uscita dalla Sisport al termine della conferenza stampa di De Biasi, martedì scorso. Come al solito pacato e gentile, saluta educatamente, rispondendo all'immediata questione che gli pongo: Come stai?
"Molto meglio - asserisce con fare deciso. Non ho più dolori".
Bene. Questo significa che la tua presenza domenica non è in discussione, replico di rimando.
Il suo cenno positivo accarezza l'accezione positiva della risposta.
Poi, di soppiatto gli rivolgo un'altra domanda: Conosci Donadoni, o meglio, lui conosce te? Quand'è che ti chiama in Nazionale?
Ride Andrea, di gusto e speranza: "Donadoni penso che abbia altre gatte da pelare che non occuparsi del sottoscritto. Leggo i giornali e non sono molto teneri con l'attuale c.t.".
Già, non sono teneri. Tu, invece si, caro Andrea. Fai quasi tenerezza durante le partite, osservandoti dagli spalti, dall'alto dell'impianto. Tenerezza da spettatore che contrasta la ruvidezza, tenacia e la grinta che metti sul terreno di gioco, provocando paura e sgomento nei tuoi avversari.
Tenerezza, caro Andrea, è una parola dolce che ricorre vertiginosamente ripensando a Torino-Inter di qualche mese fa quando Davide-Ardito scivolava e sgambettava ai piedi del Golia-Vieira.
Un colosso, una statua marmorea scura contro un peperino tuttofare dai polmoni d'acciaio e dall'atteggiamento imperturbabile, serio e inquadrato nell'applicazione dei propri compiti da interditore, contrasto e fatica, recupero del pallone. E anche quella volta il granata non ha stonato. Uscì ansimante, forse, corrucciato e indolenzito ma complicò l'esistenza dei teutonici nerazzurri.
E' una calamita vivente il numero 23 granata. Un polo magnetico che attira sfere di cuoio. E' impressionante annotare il numero di tocchi che riesce a operare su quello strumento di lavoro chiamato pallone. Non che lo sappia controllare come un brasiliano, né lo "nasconda" agli occhi degli avversari con finte e controfinte, colpi di suola, veroniche, rabona e diavolerie simili.
No, il pacchetto "giochi pirotecnici", Andrea non ce l'ha. Lui rappresenta quel calciatore oscuro, fantasma di centrocampo, sostanza e adrenalina che devia i passaggi e li intercetta. Ma non solo: Ardito sradica, lotta, atterra, occupa la posizione giusta un momento prima, anticipando le mosse e interpretando le intenzioni altrui. Ha una dote, il toscano, e non da tutti: è straordinariamente intelligente e "legge tatticamente" le situazioni che si vengono a creare in pieno svolgimento di gioco. E' la legge del contrappasso, fisico mingherlino e mente sopraffina. Sarebbe un perfetto maratoneta Andrea, se solo volesse mutare la carriera.
E in teoria, andando avanti con gli anni, potrebbe variare qualcosa. Nel modo di collocarsi sul terreno di gioco, per esempio.
Perché se Ardito non compare nei pensieri di Donadoni come centrocampista (è indubbio che un Gattuso avrà in ogni caso sempre una dinamicità maggiore del nostro eroe, così come Ambrosini nella statura ed elevazione) non è detto che un giorno, arretrando di un passo dalla sua attuale posizione, non possa diventare un ottimo centrale di difesa vecchio stampo, in linea con quel ruolo che una volta era ricoperto gloriosamente da Luca Fusi.
Una figura simile a quella del libero di un tempo che nel calcio moderno è stata riciclata e interpretata ottimamente da Di Biagio proprio nel Brescia di un certo Gianni De Biasi (toh, guarda che combinazione) ma anche da Giannichedda un paio di stagioni fa nella Lazio.
Andrea, ne siamo sicuri, avrebbe tutte le qualità per riuscirci. Ed il Toro farebbe bene a pensarci. Un vice Brevi, forse, ce l'ha già in casa, senza battagliare inutilmente il mercato.
Provarlo già nelle ultime partite di questo campionato nel caso in cui tutti gli obiettivi siano stati raggiunti, non parrebbe un azzardo, anzi.
Chi vuol intendere...




