Toro, De Biasi: "Valgo quanto Mancini"
Ilario Imparato
Sei ko nelle ultime 6 partite di Zaccheroni. Poi, con lei, 9 punti in 4 match. De Biasi, come ha riportato in vita il Toro in coma?
«L'ambiente era depresso. Ho chiesto a tutti di invertire la rotta, coinvolgendoli con obiettivi chiari, semplici, raggiungibili».
Più psicologo che tecnico, insomma?
«Ho parlato tanto, con i singoli e col gruppo. Lavorare sulle motivazioni è fondamentale. Ma ho fatto altro».
Cioè?
«Ho riportato la difesa a 4, gli esterni erano terzini e sono diventati molto offensivi, ho messo un attaccante in più. I numeri dicono che ora facciamo meno possesso-palla, ma più recuperi, sponde e cross. Cose che testimoniano le realizzazione di quel che chiedevo: più aiuto reciproco, la voglia di fare tutti un passo verso gli altri».
I suoi giocatori dicono di lei: «È riuscito a tirarci fuori il massimo». Gratificante, no?
«Sarò gratificato solo se negli ultimi 10 turni continueranno a crescere. Ne abbiamo bisogno: ci aspetta un aprile con 6 partite in 29 giorni».
Come si diventa "motivatore"?
«Fa parte della mia indole. Ho sempre cercato di trasmettere qualcosa, di arrivare al cuore delle persone. Osservo, leggo, studio. E faccio diventare ogni mia squadra una sfida con me stesso».
Testa ma anche cuore. Quanto sono importanti per lei le emozioni?
«Sono passionale da matti. Sono uno genuino, all'antica. Uno sguardo, un incitamento, un abbraccio con i miei giocatori o fra di loro mi dà i brividi. Con il Toro, poi, sto facendo il pieno di emozioni forti. Me ne mancano almeno due, però».
Quali?
«Allenare al Filadelfia, intanto. Mi piacerebbe, ma non so se farò in tempo. E poi, naturalmente, il derby. Aspetto la Juve. Non c'è paragone con l'organico della nostra promozione: sapevo che avrebbe stravinto la B».
De Biasi, adesso può dirlo: quanto le è bruciato l'esonero a 3 giorni dal via?
«Mi ha dato molto fastidio. Non me l'aspettavo, visti anche i rapporti con il presidente. Per un mese non ce l'ho fatta a ripartire».
Cairo dice che lei è tornato più umile. Conferma?
«Non lo so. Di certo, ho avuto un approccio più sereno a una realtà che conoscevo bene. In estate mi sentivo il mondo addosso, quasi soffocato dalle attese: mi chiedevano la Luna e io credevo di poter dare al massimo la Terra, con quel Toro cambiatissimo, una matricola con tanti problemi».
Sei mesi senza panchina. Che cosa fa un allenatore?
«Gira molto, si aggiorna. In Italia e fuori. L'ho fatto io, l'ha fatto il mio staff. Preparando il rientro. Ma senza covare rivincite: il fuoco dentro ce l'ho sempre. Ho rifiutato sei offerte: non una che mi convincesse in pieno. Ormai mi ero convinto che prima di luglio non sarei tornato in ballo».
Invece, giusto un mese fa...
«E' il destino di noi allenatori, sempre con la valigia in mano. Questo stop mi ha permesso di rimettere a posto ogni casella, di fare chiarezza dentro e fuori di me».
E' questo il miglior De Biasi di sempre?
«Sono sempre stato uno che muore, prima di mollare. Ricordate un anno fa, con tutti quei problemi da gennaio a marzo? Eppure, ne sono, ne siamo usciti: filotto di vittorie e promozione. Ora dico di essere tornato più temprato e forte di prima».
Pronto per una big, magari?
«A me piace vedermi fra 5 anni ancora in un Toro protagonista in serie A. Però, non mi nascondo: non penso di avere tanto meno di Mancini, Spalletti e Prandelli. Forse mi limita questa etichetta di "motivatore". Credo di essere anche altro: un tecnico con idee e metodi, capace di centrare obiettivi, pronto a ogni sfida».
Anche all'estero?
«Perché no? Specie in Inghilterra, dove il pallone è vissuto con gran serenità e non cacciano gli allenatori. O in Spagna, dove si vede il calcio più tecnico e spettacolare».
A proposito, lei che ha avuto l'ultimo Baggio ora ha il primo Rosina. Fin dove può arrivare il suo giovane pelato?
«Non mettiamogli fretta: deve ancora trovare i tempi migliori per ogni esecuzione. Già ora, però, per l'età che ha è molto maturo. Credevo facesse molta più fatica in A, invece in pochi mesi è cresciuto tantissimo».
Con o senza di lui, come vede il futuro del Toro?
«Dipende tutto dalla pianificazione in arrivo. Lo slancio per il quinquennio che verrà lo possono dare solo investimenti importanti e mirati».
Vi aspetta un'estate decisiva, allora?
«Una primavera, direi. Bisogna muoversi adesso, per non ritrovarsi ad agosto a fare mosse di ripiego».
Ma lassù c'è spazio per il Toro?
«Perché no, se c'è la Lazio in lotta per la Champions? Qui c'è una piazza importante e c'è un entusiasmo eccezionale. Con le idee giuste si può fare molto bene».




