Zaccheroni: "Inter da scudetto, presto toccherà anche al Toro"
Marco Frattini
Alberto Zaccheroni, sabato il Torino ospita l'Inter. Per i suoi trascorsi, per l'attesa granata e per la caccia al record di vittorie dei nerazzurri non sarà una partita banale.
«No, infatti: sarà complicata. Non guardo al loro record, io voglio fare punti. Sono cinici, straordinari ed efficaci: questa non è la solita Inter, quella che vinceva 5-0 e poi perdeva la domenica dopo a Empoli».
Non sarà facile fermarli con il centrocampo ko, tra squalifiche e infortuni, e con un attacco così sterile.
«Purtroppo lì in mezzo sono obbligato a scegliere. La fase offensiva coinvolge tutta la squadra e poi abbiamo preso 12 pali, anche se sono convinto che quando si colpiscono tanti legni è perché chi tira non ci crede abbastanza».
Da tifoso interista, le piace come giocano i nerazzurri?
«Sì, è una squadra costruita per la sostanza con tanti pezzi da novanta. Comunque io tifavo Inter da piccolo, cresciuto da un padre che aveva chiamato l'albergo Ambrosiana. Da quando alleno sono solo un appassionato di calcio».
Con che animo affronterà, per la prima volta, la squadra che nel 2004 la esonerò senza motivo?
«All'Inter sono stato sei mesi: andai via perché non stava più bene a me. Non porto rancore, non spreco energie così. Avevo messo i paletti per vincere, poi altri hanno raccolto il frutto del mio lavoro».
Mancini appare un po' come un fantasma nella sua carriera. Prima alla Lazio, poi all'Inter. Voglia di rivincita?
«No, lui non c'entra. Alla Lazio sarei rimasto, però Cragnotti mi disse che c'erano forti pressioni affinché arrivasse Mancini. Mi propose di restare come direttore tecnico, ma io volevo allenare. All'Inter qualcuno mi disse che doveva già arrivare prima di me. A fine stagione sentii dei dubbi e mi tirai indietro: ci rimasi male perché non mi avvertirono per tempo».
Giochino della torre: chi butterebbe giù tra Berlusconi e Moratti?
«Non partecipo. E poi quando allenavo le loro squadre, i dirigenti più vicini erano Galliani e Facchetti. Moratti lo sento ancora».
Cairo, invece, è sempre al suo fianco.
«Vero, ci parliamo tutti i giorni».
E l'ha difesa nel momento più difficile.
«Il rischio in quella contestazione era di perdere la testa: c'era una pressione fortissima, lui ha saputo dare tranquillità e fiducia a tutti, a differenza di tanti presidenti. È stato bravo».
Quattro mesi fa, lei iniziava l'avventura granata. Rifarebbe tutto?
«All'inizio ero titubante perché prendevo una squadra in corsa. Però il Toro è il Toro e ho rotto felicemente il patto che mi ero dato. Cairo mi ha intrigato. Fremo dalla voglia di vedere dove possiamo arrivare».
Ha riflettuto su come immettere forze fresche?
«Sì, bisogna ringiovanire la squadra e qualche elemento della Primavera potrà tornarci utile. Al mercato di gennaio non penso: è meglio non stravolgere gli equilibri, se poi capita l'occasione che può migliorarci, ben venga».
Tipo Bojinov?
«Ha qualità importanti, ma io i giocatori li valuto nei 10 mesi. Anche perché maggio è lì e non è facile inserirsi».
Ma lo vorrebbe strappare alla Juve, almeno per ricreare il clima del derby?
«Il derby non mi manca. Però il prossimo anno lo voglio giocare: è sempre un'emozione e si vive di emozioni».
Si diverte ad allenare Rosina?
«Mi diverto se lo vedo migliorare, altrimenti mi arrabbio. Sta ricevendo importanti gratificazioni, ma io gli sto addosso perché voglio vederlo crescere costantemente».
Quest'anno dove può arrivare il Toro?
«Nel breve termine l'obiettivo è verificare cosa può dare questa squadra. C'è chi dà tutto per 5 partite e chi per 30».
E a lungo termine?
«Bisogna costruire uno zoccolo duro per formare una squadra giovane e scorbutica da affrontare. Nulla è impossibile. Io sono uno ambizioso».
Lei si ispira sempre a Radice, l'ultimo allenatore granata a vincere il campionato?
«Amavo le sue squadre per il coraggio che trasmettevano. Io il tricolore lo sogno sempre perché l'ho già conquistato e so quanto vale. Dall'Interregionale alla serie A ho vinto tutti i campionati».
In questo calcio, però, sembra una vera utopia ripetere quell'impresa.
«Quando parlavo di scudetto a Udine o con la Lazio, mi davano del matto. Potevamo vincere ovunque, ma non ci credevamo. Soprattutto nel '98 con l'Udinese: quello è il rammarico più grande: poca tensione, andava tutto bene, i tifosi ci dicevano troppi grazie e noi partivamo rilassati».
Torino può colmare il suo rammarico?
«C'è gratitudine per aver ridato un presente al Toro, ma c'è la voglia di non fermarsi. Non ho fretta di andare via, anche se mi chiamasse la Nazionale».




