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La Stampa - Capolinea Donadoni

La Stampa - Capolinea Donadoni
lunedì 23 giugno 2008, 09:212008
di Gianluigi Longari

Questione di fiducia. Donadoni non ne ha avuta abbastanza e non è riuscito a darla. Al campo, al pubblico, la Federazione non ci ha mai voluto sentire quindi non era quella la battaglia da giocare.

Bisognava smuovere contro la Spagna, dimostrare di valere il posto, invece gli è girata male. Persa la paura che ha funzionato come benzina contro la Francia, oltre a metà del centrocampo, è evaporato l'entusiasmo. Centoventi minuti a guardarsi in faccia. «C'è dispiacere a uscire così, ho detto ai ragazzi che devono essere orgogliosi di quanto hanno fatto. Domani si ricomincia, rimane qualcosa di positivo. Io sono orgoglioso di loro». Donadoni scandisce le parole e ha l'aria di sapere che si ricomincerà senza di lui, «non mi aspetto che succeda niente. Cosa deve succedere? Solo quello che era pattuito, sapete bene come erano gli accordi e saranno rispettati».

Nell'ultima partita del girone, gli azzurri si portavano l'ansia negli occhi. Discesa veloce dal pullman, ognuno con le sue cuffie sulle orecchie e nessun contatto. Ieri, solo Cannavaro, capitano non giocatore, ha scelto la musica da isolamento, gli altri in ordine sparso: Buffon e Cassano abbracciati e ciondolanti, tanti sorrisi, compresi quelli di Toni mentre si toccava i baffi. Sembrava pronto per la pubblicità della birra Moretti, non per il gol. Insegue il suo fantasma, simbolo di una squadra che non segna più e quindi non può sperare di vincere. Non è che Toni ai Mondiali si muovesse meglio, all'inizio faticava e si inceppava allo stesso modo, solo che stavolta è rimasto dietro. Dietro i difensori, dietro l'attaccante che era nel 2006, dietro i minuti passati senza riuscire a buttarla dentro e non è un problema personale. E' l'Italia che non ce la fa, macchinosa e arrendevole, è l'Italia che si cerca e a ogni buona notizia «è tornata quella dei Mondiali», ma non è più lei e non ha trovato il modo di essere altro. «La squadra ha dato tutto quello che aveva, non c'è rimasta una briciola di energie da spendere. Non ho fortuna con i calci di rigore, né da giocatore, né da tecnico. Volevo mettere prima Del Piero, ma De Rossi aveva un problema, non ho potuto. Coincidenze sfavorevoli. Mi dispiace per i ragazzi e se uscire ai quarti non è esaltante non è un mio problema».

Donadoni può solo stare a guardare la costruzione che gli frana davanti, non aveva basi solide ma era convinto di tenerla in piedi. «Guardami Simone», cerca di ipnotizzare Perrotta e gesticola a Cassano nel tentativo di trovare un feeling ed entrare nel sistema. La squadra rischia meno, ma non costruisce quasi nulla e Donadoni si mette le mani in faccia ogni volta che Toni si avvicina pesantemente alla rete. In questo Europeo non ha fatto che bisticciare con la palla, lo ha scritto anche in un sms a Klose, spedito dopo le prese in giro con destinatario Ribery. Forse un tentativo di ricrearsi intorno il gruppo Bayern, quello con cui veniva tutto facile. Con questa maglia è il contrario, la strada è sempre stata complicata: debutto disastroso, girone della morte e una maledetta fatica a trovare uno schema buono. Dentro Di Natale, Del Piero, Cassano, di nuovo Di Natale, secondo giro di Del Piero, quando ormai la disperazione è dietro l'angolo. E non una coppia che produca. Donadoni si è condannato da solo alla fine a cui in tanti volevano accompagnarlo dall'inizio. Lui ha assecondato, arrendevole, senza contrastare abbastanza il ritornello «gruppo mondiale», una rincorsa con il passato. Persa.

Per levarsi di dosso Lippi, lui in persona, non la sua ombra, avrebbe dovuto plasmare un'identità. Non ci è riuscito: troppa poca fiducia da chiedere e da dare, 18 buche in compagnia non sono abbastanza per cementare e spronare. Tenta più che altro di resistere, appeso ai supplementari, ai rigori e non riesce a crederci mai, «ho detto ai ragazzi nello spogliatoio che quando va a finire così non mi va mai bene. Abbiamo deciso insieme chi doveva tirare e l'ordine. Dipendeva più da loro più che da me».

Lo hanno battezzato inadeguato e lui non ha avuto la forza di togliersi il cliché di dosso. Ha perso Cannavaro e ha trovato Chiellini, ha perso Pirlo e ha rimesso Ambrosini, come nella prima partita venuta male, contro l'Olanda. Per la seconda volta si appende alla persona sbagliata. Incapace di prendere in mano il suo destino, già segnato e in modo antipatico, ma il colpo di reni per restare dove era non è mai arrivato.