Italiani all'estero: e' vera gloria?
Federico Casotti
Quest'estate non si è parlato d'altro: mai come nei mesi di luglio e agosto 2007 si era assistito a un esodo di giocatori italiani così massiccio e trasversale. Non solo Inghilterra e Spagna, ma anche Germania, Francia, persino Olanda e Ucraina erano diventate mete competitive e "appetibili" per i nostri giocatori. Alla luce del mercato di gennaio, chi allora lanciò l'allarme - a torto o a ragione - può tornare a dormire sonni tranquilli: i calciatori italiani non raggiungeranno mai le vette dei colleghi brasiliani, esportati letteralmente a migliaia ogni anno in giro per il mondo. Tuttavia, prima di parlare di fallimento degli italiani all'estero, è necessario operare qualche distinguo. Possiamo dividere i nostri "emigranti" in tre categorie: innanzitutto, i campioni nel giro della Nazionale. L'ambientamento di Cannavaro in Spagna e di Toni in Germania è stato perfetto, e i problemi incontrati da Zambrotta a Barcellona e Grosso a Lione sono tutto sommato paragonabili alle difficoltà che può trovare qualsiasi straniero del nostro campionato alle prese con l'inserimento in gruppi già rodati e soprattutto già vincenti. Dall'altra parte stanno i cosiddetti "peones": con rispetto parlando, giocatori di secondo piano per i quali l'esperienza all'estero può rappresentare una scelta di vita oppure l'unica opportunità utile dopo diversi mesi da svincolati.
Anche qui i casi non mancano: dallo "svizzero" Razzetti al "polacco" Napoleoni, passando per il "belga" Mirri, tutti giocatori quasi senza mercato in patria ma con una solida reputazione nei loro Paesi d'adozione. A ben guardare dunque, le delusioni sono arrivate da giocatori della fascia di mezzo. Preventivabile la nostalgia di casa per Lucarelli, soprattutto dopo la fine dell'avventura in Champions del suo Shakhtar, evidente settimana dopo settimana anche la fine dell'esperienza al disastrato Levante per i vari Riganò, Cirillo e Storari, ha lasciato invece perplessi la fretta con cui Rolando Bianchi ha lasciato il Manchester City. Il bomber bergamasco ha salutato la Premiership, dove faceva molta panchina ma pareva essersi ritagliato un minimo di spazio, per andare alla Lazio, dove la concorrenza è meno affollata rispetto a Manchester ma non certo meno qualificata, anzi. Meglio far turnover in Italia piuttosto che in Premiership, deve aver pensato Bianchi: un ragionamento che forse starà balenando per la mente anche ad altri emigrati di lusso. La scorsa estate fu quella del grande esodo, la prossima potrebbe essere quella dei tanti e attesi ritorni a casa. La serie A ne avrebbe un gran bisogno.




