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Morales, tutto il peso del "10"

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Germano D'Ambrosio
lunedì 29 dicembre 2008, 00:012008
autore Germano D'Ambrosio
29.12.2008 00:012008
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Come avrà reagito Roberto Mancini, quando gli hanno comunicato che il suo "10" blucerchiato sarebbe stato affidato a Matute Morales, argentino caldeggiato da Menotti ma pur sempre un perfetto sconosciuto? In certi casi converrebbe quasi non andarsene, per non dover assistere a tali scherzi del destino. Di contro, viceversa: avrebbe giocato meglio, questo fumoso 'volante', senza la responsabilità di dover essere l'erede del Mancio? Forse sì. E magari oggi non saremmo qui a raccontare la sua storia...

Angel Alejandro Morales nasce ad Avellaneda, quartiere alle porte di Buenos Aires, il 14 giugno 1975. Il soprannome Matute gli viene affibbiato fin da subito: si chiama così il cane-poliziotto protagonista del cartone animato "Top Cat" prodotto da Hanna & Barbera, che in quel periodo impazza sugli schermi tv argentini. Sarà un'etichetta indelebile, che lo accompagnerà a vita; "se qualcuno mi chiama Angel, nemmeno mi volto..." ha spiegato recentemente. Terzultimo di sette figli (di cui uno solo, Carlos, divenuto calciatore), Angel viene al mondo da genitori paraguayani: papà Alejandro, ex centrocampista a livello dilettantistico, fa il calzolaio di professione, e si trasferisce da Asuncion ad Avellaneda con sua moglie Catalina pochi anni prima della nascita di Matute. Il ragazzo all'età di otto anni inizia a giocare nelle giovanili dell'Independiente, nel ruolo di centrocampista avanzato o di attaccante, agli ordini di Miguel Brindisi, ex giocatore del Boca ai tempi di Maradona. Entra a far parte della prima squadra a 17 anni, e due stagioni dopo debutta in Primera Division; per esattezza è il 4 settembre 1994, e l'Independiente si impone sull'Argentinos Juniors con il risultato di 2-0. Morales si mette in mostra segnando l'assist per il secondo gol; seguiranno altre 29 presenze - quasi un record, trattandosi della stagione dell'esordio tra i professionisti - e tre reti messe a segno. Nel gennaio '95 prova una breve esperienza in prestito al Platense (dove fa coppia con un certo David Trezeguet), ma in estate viene di nuovo riportato alla base. Ad Avellaneda l'attacco è costituito da due meteore del calibro di Adolfo Valencia e José Calderon - è appena partito Rambert, destinazione Milano -, e infatti i risultati all'inizio non sono proprio trascendentali: 14° e 12° posto in campionato, rispettivamente nel torneo di Apertura e Clausura. Ma Morales, utilizzato come fantasista dietro le due punte, continua a stupire tutti con i suoi assist e le sue giocate sopraffine. Nell'estate del '96, con l'avvento in panchina di Cesar Menotti (che, da subito, stravede per il ragazzo), le cose prendono un'altra piega, e il club riesce subito a conquistare uno storico secondo posto in Apertura. Nell'aprile del '97 Matute - che nel frattempo ha trovato pure il tempo di diplomarsi come perito mercantile - viene anche convocato dalla Nazionale maggiore per la gara contro la Bolivia; la casacca albiceleste non è una novità per il trequartista, che già era stato a lungo nel giro delle rappresentative Under 17 e Under 19. Il suo nome fa il giro del mondo, e quando a maggio Menotti viene chiamato sulla panchina della Sampdoria per prima cosa chiede alla società di acquistare il suo pupillo. Inizia una lunga trattativa. L'Independiente chiede 8 miliardi di lire, e il direttore generale Emiliano Salvarezza è costretto più volte a recarsi di persona in Argentina per limare la cifra. Su Matute garantisce anche il connazionale Juan Sebastian Veron, che alla Samp è già approdato l'anno prima: "Gioca piuttosto centrale, un po' nella posizione di Maradona: è veloce, ha talento. Io lo conosco bene perché giocammo insieme un torneo di Viareggio (con l'Under 17 argentina, ndr) nel '91, e poi l'ho incontrato più volte da avversario". Il 4 giugno Morales - assistito dall'agente Hugo Issa - pone la sua firma in calce ad un contratto di cinque anni con la Sampdoria, che alla fine non riesce a pagare meno di 7 miliardi e mezzo. In Argentina giurano che il club blucerchiato l'abbia strappato a Juventus e Napoli; Menotti, tanto per non sovraccaricarlo di responsabilità, lo definisce "uno dei dieci migliori giocatori al mondo nel suo ruolo". Sarebbe interessante entrare nella testa del tecnico argentino per capire, secondo lui, chi sono gli altri nove...

L'estate del 1997 è un periodo cruciale in casa Sampdoria: Roberto Mancini ha appena lasciato Genova, e i tifosi sono alla disperata ricerca di un sostituto, in mezzo al campo ma anche nei loro cuori. Morales, prototipo del "numero 10", è il candidato ideale a ricoprire tale incarico. Quando sbarca il Liguria, ai primi di luglio, fotografi e appassionati locali non si perdono un passo: lui arriva tenendo per mano suo figlio Matias, per il quale si è tatuato una "M" sulla nuca, mentre la sua compagna Paula lo raggiungerà solo qualche settimana dopo. Si impara a conoscerlo piano piano, dalle prime dichiarazioni. "A Menotti devo tutto, in campo e fuori - esordisce Matute -, mi ha insegnato tante cose. Sarà importantissimo averlo al mio fianco per potermi adattare in fretta al repentino cambio di vita". Dal campionato argentino a quello italiano, si sa, il passo non è breve: "Qui, come mi hanno detto e come ho visto di persona grazie alla tv, ti liberi di un avversario e ne hai addosso subito un altro. Dovrò quindi impegnarmi a fondo per rafforzare il mio fisico. Tuttavia sono contento perché da quanto so, i tifosi della Samp, proprio come quelli dell'Independiente, amano il bel calcio e anche in caso di risultato negativo, se hanno visto giocare bene la squadra, non se la prendono più di tanto". Eh già, il risultato finale in Italia è proprio l'ultima delle preoccupazioni! Il presidente Mantovani si mostra cauto: "E' un giocatore giovane, sul quale la Samp ha fatto un investimento pesante. Speriamo che questa esperienza gli permetta anche di vestire la maglia della Nazionale argentina". Ma intanto la casacca che gli viene fornita è un'altra: quella, pesantissima, con il 10 sulle spalle. "Mancini è un grande campione - spiega con imbarazzo Matute -, uno che fa la differenza, anche se non penso neanche a paragonarmi a lui. Posso soltanto dire che anche a me piace fare assist, di solito 5 o 6 a partita. E in quanto a reti non sono un goleador, ma mi difendo. Voglio costruire qualcosa di importante qui, ma non caricatemi di responsabilità. Mancini ha fatto la storia della Samp, quindi certi paragoni fra me e lui sono fuori luogo". Ma la stampa, manco a dirlo, ci sguazza, tanto che l'acquisto di un certo Jurgen Klinsmann passa quasi in secondo piano. L'argentino, comunque, si fa male quasi subito (contrattura al retto femorale della coscia destra), e dunque può farsi vedere in campo soltanto il 1 agosto, nell'amichevole contro l'Hjk Helsinki. "E' una Samp giù di Morales" titola il giorno dopo la Gazzetta dello Sport, a rimarcare la pessima prova offerta dal trequartista. Eppure Menotti per tutta l'estate insiste a piazzarlo alle spalle della coppia Montella-Klinsmann, sempre con esiti piuttosto negativi. L'esordio in campionato è datato 31 agosto 1997, in Sampdoria-Vicenza (2-1 il finale): qui Matute fa benino, non impressionando ma almeno limitando i danni. Una settimana dopo, contro il Brescia, iniziano le prime vere perplessità: davanti alla porta sbaglia di tutto, e sul finale viene rilevato dal più vivace Vergassola. Male anche contro l'Atalanta - ma qui almeno piazza un assist-gol per Montella -, leggermente meglio in Coppa Uefa contro l'Athletic Bilbao, quando Menotti capisce che forse piazzare Veron e Morales dietro due o tre punte (c'è anche Tovalieri!) rende la squadra leggermente troppo sbilanciata in avanti. A zittire i primi mugugni arriva, il 28 settembre, un'insperata rete contro la Juventus a Marassi, che rilancia d'improvviso le sue quotazioni. In effetti sembra l'inizio di un bel climax: prestazioni discrete contro Milan (andata e ritorno in Coppa Italia), Udinese e Piacenza. Poi contro la Lazio, il 9 novembre, l'argentino piomba di nuovo nel baratro: Pancaro lo annulla, e lui si perde in inutili ghirigori che non portano da nessuna parte. Menotti continua a negare l'evidenza ("Morales non ha più responsabilità di altri, perché di sicuro non può ripetere il gioco di Mancini"), e condanna invece Veron. Ma pochi giorni dopo, quando la tifoseria blucerchiata inizia a chiedere con forza la sua testa, mette le mani avanti: "Nessun giocatore della rosa è stato acquistato su mio consiglio. Neppure Morales: su di lui, io ho solo espresso il mio apprezzamento sulle qualità del giocatore in prospettiva". Ah, ecco: era stato frainteso. Comunque a novembre arriva Vujadin Boskov, che alla domanda su Morales risponde emblematicamente: "E' un buon giocatore. In campo e in panchina sono tutti uguali, per me. E anche dalla panchina si può imparare". Messaggio chiaro: Matute è fuori. Il tecnico slavo rivoluziona la rosa: prende Signori e dà via Klinsmann e Tovalieri, mentre in difesa chiede Marco Lanna al Salamanca. Per quest'ultimo è ben disposto a sacrificare, come merce di scambio, proprio Morales; l'argentino è richiesto anche dall'Independiente, che nel frattempo ha ripreso in panchina Menotti e punta a costruire un infernale deja-vu. Alla fine la spunta il Merida, che prende in prestito il giocatore sborsando 600 milioni di lire. La sua cessione libera un posto da extracomunitario per il brasiliano Paco Soares (finito poi a peregrinare nelle serie inferiori) e concede minutaggio al nuovo acquisto Oman Biyik. La Samp a fine stagione riuscirà ad ottenere una striminzita qualificazione all'Intertoto; la società, a inizio stagione, aveva prospettato ben altri traguardi. Forse aveva ragione Menotti: Morales non aveva più colpe di altri. I nomi di Dieng e Hugo vi dicono qualcosa?

Il Merida, club neo-promosso nella Liga, con l'acquisto di Morales punta al grande salto di qualità per raggiungere l'obiettivo salvezza. Matute trova del resto una folta colonia di connazionali - De los Santos, Leo Franco, Biagini e Gabrich - e sembrano esserci tutti i presupposti per un facile ambientamento. Ma qui Angel gioca solo due partite, e non fa che accompagnare la squadra dell'Extremadura in serie B. La Sampdoria intanto è costretta ad una battaglia legale con l'Independiente, che protesta per il mancato pagamento di una parte del cartellino. Quando la questione viene risolta, grazie all'intervento della Fifa, i blucerchiati decidono di cedere definitivamente il giocatore ai rivali del Racing di Avellaneda, incassando un miliardo di lire e prendendo pure Gaston Cordoba, già comparso in questa rubrica e - come sapete - inquilino proprio della villa lasciata libera da Morales. Il ritorno in Argentina giova al fantasista, che finalmente ha l'occasione di giocare con continuità e di rimettersi in carreggiata. Poi i guai finanziari del club lo costringono, dopo un anno, a trovare un'altra destinazione. Matute inizia allora una mini-tourneé messicana: prima si accasa al Cruz Azul (nel 1998), poi al Vera Cruz nel corso della stagione successiva: qui incontra Mauro German Camoranesi, con cui condividerà il procuratore (Sergio Fortunato). Dopo due anni - e una fastidiosa operazione al crociato del ginocchio destro - non si fa sfuggire l'occasione di tornare al Racing, dove però non viene impiegato quasi mai da titolare. A sorpresa, nel gennaio del 2006 il fantasista preferisce tornare in Messico, e firma per i Dorados di Sinaloa, attratto probabilmente dalla carismatica presenza di Pep Guardiola. L'infatuazione finisce subito: dopo sei mesi il giocatore è di nuovo in Argentina, dove viene acquistato prima dal Banfield e poi dall'Olimpo, minuscolo club di Bahia Blanca neopromosso in Primera Division. Nell'estate del 2008 accade qualcosa di inaspettato: Matute, a 33 anni suonati, viene acquistato dal prestigioso Nacional di Montevideo. Altro che canto del cigno: qui Angel sta tuttora giocando ad altissimi livelli, e attualmente è considerato uno dei migliori giocatori del campionato uruguaiano. Segna, produce assist e corre come un forsennato; in molti sostengono che sia questa la sua migliore stagione della sua carriera. Forse la Sampdoria avrebbe dovuto soltanto aspettarlo. Per dieci anni.