Pecci ricorda: ''Firenze e Torino, dieci anni di felicità''

I migliori anni della sua vita, quelli indimenticabili dai venti ai trenta, quando sembra che tutto sia possibile, e molto per Eraldo Pecci lo è stato davvero. Sei stagioni al Toro e quattro in viola, uno scudetto vinto e due persi per un punto con davanti sempre la stessa avversaria, la Juve. Lui, dissacratore nato, su quelle due maglie non scherza: "Devo molto al Torino e alla Fiorentina". Si dice che quando uno indossa la maglia granata poi ne rimanga affascinato per sempre. "E' un po' come fare il militare, ti forma dentro. La spiegazione si chiama Juventus: a Torino non esiste equilibrio di forze. La Juve ha tutto: i soldi, la stampa, il potere, ovvio che dall'altra parte si combatta con la grinta, l'unica arma a disposizione". Un po' di fantacalcio della memoria, per cercare la squadra ideale di quei dieci campionati, insomma la squadra ideale. "Difficilissimo. Mi verrebbe da far giocare l'attacco dello scudetto granata (Sala, Pecci, Graziani, Maccarelli, Pulici), ma poi mi avanza Antognoni e come fai a tenerlo fuori uno così? E allora vado io in panchina, a riposare, che mi fa pure bene.
In porta, un tempo per uno Castellini e Galli e per la difesa proprio non saprei. Perché Vierchwood da solo valeva due uomini, però Caporale e Mozzini erano una coppia perfetta e sulle fasce il Ferroni del nostro quasi scudetto giocò un campionato quasi perfetto, mentre dall'altra parte Santin avrebbe meritato la Nazionale. Una mezz'ora la concederei a Massaro magari a partita in corso". Nelle oltre cinquecento partite di Pecci ci sono stati con la maglia viola due pareggi a Torino, entrambi per due a due, che sono costati altrettanti scudetti. "Nel primo, nel 1982, venimmo raggiunti nel finale. Nel secondo, nel 1985, feci l'unica doppietta della mia vita: il Toro arrivò secondo dietro il Verona". Oggi un suo pallino è Montolivo. "Sbattere la testa qualche volta non gli fa male, alla fine ripercorrerà tatticamente e come successi la strada di Pirlo".