Zeman, la fine di un pensiero
Michele Criscitiello
Lo abbiamo osannato per poi criticarlo, lo abbiamo disprezzato per poi rimpiangerlo. Per anni c'è stata la scissione tra zemaniani e anti-zemaniani. Un modo di vedere e vivere il calcio, una filosofia che, se decidi di sostenerla, porti avanti per tutta la vita (calcistica), altrimenti la condanni e speri che finisca al più presto. Ieri, probabilmente, quel giorno che molti aspettavano è arrivato e a darne l'annuncio è stata l' agenzia serba Tanjug: "Il tecnico boemo, Zdenek Zeman, è stato rimosso dall'incarico di allenatore della Stella Rossa al termine di una riunione di emergenza tenuta nella tarda serata di ieri dai vertici del club". Zeman ha pagato il solo punto conquistato in tre giornate di campionato e, soprattutto, gli otto di differenza con il Partizan, a punteggio pieno, rivale storica della Stella Rossa. Forse i dirigenti serbi non sapevano, e non sanno, che quando si affida una squadra al boemo bisogna dargli tempo, perché a settembre i calciatori pagano i duri carichi di lavoro del ritiro e inizieranno a "volare" quando gli altri si siederanno. Ma nell'epoca del "tutto e subito", il maestro di Praga non trova più spazio. In Italia, il Paese delle mezze verità, ha pagato per aver provato a cambiare i metodi di lavoro: due ore di sudore meglio di un'infiltrazione in più. La filosofia di Zeman è apparsa da subito chiara e decisa. Inizialmente ha portato risultati, bel gioco e spettacolo. Poi il castello di sabbia è crollato e tutti hanno sparato su un allenatore "invadente" e "spocchioso". Anche l'estero lo ha bocciato, la sua rinascita è già finita, ma restano le lezioni di un Maestro prima che allenatore.
Le sue colpe: non essersi evoluto, non aver cambiato le proprie idee nel momento in cui a cambiare era il calcio, essere testardo all'eccesso, al punto da non rivedere mai la sua tattica difensiva, sciagurata e obsoleta. Ma i pregi di Zeman restano, la sua filosofia di vedere il calcio non svanisce, né con il passare degli anni né con il passare delle sconfitte. Il suo 4-3-3 farà storia, appartiene al passato, ma anche al presente, perché è questo il modo più razionale di coprire gli spazi. Zeman rispondeva sempre alla stessa maniera quando gli veniva chiesto il perché di quel 4-3-3? Semplice: "E' geometria". I movimenti difensivi consistono nel pressare la palla e coprire gli spazi, i calciatori con propensione offensiva devono macinare chilometri, il fulcro del gioco è il centrale di centrocampo ed il terzino fa l'ala. Solo dai suoi allenamenti si può apprendere una filosofia, per molti, considerata superata. Foggia, Roma e Lazio le sue esperienza più fortunate. La Campania non gli ha portato fortuna: Napoli fu un tranello, Avellino la sua grande sconfitta. Tornerà in Italia, nella sua abitazione romana, dove riprenderà la sua riflessione. Zeman ha perso, ma forse la sua lunga storia non è ancora finita.




