Al Cinema "L'ultimo Ultras": l'altra faccia dei tifosi
Redazione TMW
Ha passato quindici anni della sua vita in curva, tra gli «Irriducibili» della Lazio. E ancora oggi si considera un ultrà. Stefano Calvagna, regista romano nato alle porte di Cinecittà e folgorato fin dal piccolo dal cinema di Sergio Leone e dal calcio, ha finito il suo nuovo film - l'undicesimo -, dedicato proprio al mondo del tifo organizzato. Quello dei «cattivi», che finiscono sui giornali solo quando sono protagonisti di fatti di cronaca o per le polemiche con i club e i calciatori, a cui dedicano la loro esistenza ma con cui non sempre riescono ad essere in sintonia. «L'ultimo ultras» uscirà nelle sale il prossimo 4 settembre, a poco meno di vent'anni dall'uscita di «Ultrà», il film di Ricky Tognazzi (tra i protagonisti Ricky Memphis e Claudio Amendola) che per primo sollevò il dibattito sul mondo delle tifoserie estreme in Italia. E a pochi giorni dalla discussa «tessera del tifoso» varata dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e già messa all'indice dall'arcipelago ultras.
Stefano, lei è stato un Irriducibile della Lazio e ora ha realizzato un film sugli ultrà. Cosa pensa della "tessera del tifoso"?
«È una stupidaggine, una sciocchezza. In questi anni ne abbiamo viste tante: a partire dal decreto Pisanu con l'introduzione del biglietto nominale e dei tornelli. Ora si sono inventati la tessera del tifoso. Ognuno di noi ha una coscienza. Gli stadi sono diventati dei fortini. A volte ci sono più poliziotti che tifosi. Chiediamoci perché in alcuni stadi inglesi il pubblico è seduto ai bordi del campo ed è separato dal terreno di gioco da una recinzione molto facile da superare per chiunque, mentre in Italia il campo è difeso da fossati e recinzioni metalliche altissime. Manca solo il filo spinato».
Non le sembra la logica conseguenza degli incidenti avvenuti in questi anni? Passando anche da Raciti a Sandri? Quale potrebbe essere allora, secondo lei, la soluzione al problema?
«Tutti sanno che gli incidenti non avvengono dentro allo stadio, ma fuori. Con internet, con i social forum, i telefonini tutto è più facile. Da quando io ero militante ad oggi non si contano neanche su una mano gli scontri all'interno delle strutture sportive, se non il lancio di fumogeni. Avviene tutto fuori dagli stadi, come è avvenuto per Raciti e Sandri. Per risolvere il problema bisogna iniziare a scrivere una pagina bianca e ripartire tutti da capo. L'Inghilterra è un modello sociale oltre che funzionale perché ha creato uno stadio ideale, come una multisala. Oggi si può andare in un multisala senza per forza recarsi al cinema. Lo stesso discorso vale per lo stadio: nel Regno Unito gli stadi sono di proprietà delle società e non comunali come in Italia e in ogni stadio c'è un contenitore di calcio e vita che va al di là della partita stessa».




