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Petrachi: "Lo scudetto è nelle mani dell'Inter"

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Francesco Romano
giovedì 26 marzo 2009, 16:302009
autore Francesco Romano
26.03.2009 16:302009
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Ex giocatore di calcio ora direttore sportivo. Gianluca Petrachi, leccese doc, è cresciuto nel settore giovanile del Lecce ed ha giocato in serie A con Torino, Cremonese e Perugia, totalizzando 60 presenze e 5 gol. Petrachi è stato uno degli artefici del "miracolo Pisa" che ha visto la squadra toscana passare dalla serie C/1 alla serie B, sfiorando la A con tanto di semifinale play-off contro il Lecce. Il "miracolo nero-azzurro" ha avuto inizio quando Petrachi è subentrato in cabina di regia, con una squadra già fatta e che era ultima in classifica, salvandola dalla retrocessione in C2. L'anno successivo il ds Petrachi cambiò 22 giocatori su 25, tutti assicurati a parametro zero. Scelse Braglia come allenatore e centrò la promozione in B. La stagione passata è sotto gli occhi di tutti: con mezzi limitati Petrachi ha sfiorato la grande impresa, quella di portare in serie A il Pisa. Di quella squadra che era composta da ventuno elementi, diciannove erano stati presi a parametro zero, quattordici di questi erano debuttanti in serie B. Se le cose in società non fossero cambiate repentinamente, Petrachi aveva già programmato una stagione di vertice per i nero-azzurri. Invece è andata com'è andata. Dopo tre anni ha concluso il suo rapporto con la società toscana con un groppo in gola. Gianluca Petrachi si è rivelato in queste ultime stagioni un direttore sportivo lungimirante e abilissimo.

Bellissima esperienza con il Pisa la passata stagione. Ora lei è un ds libero in cerca di sistemazione. E' stato contattato da qualche squadra?
"Al momento sono in contatto con due squadre di serie B. Nel maggio 2008 ero stato contattato da due società di A come Torino e Lazio. Io aspettai prima di valutare le loro proposte perché volevo capire cosa stesse accadendo a Pisa. Avevo programmato una stagione di vertice ma purtroppo in società le cose cambiarono repentinamente e decidemmo di chiudere consensualmente il nostro rapporto".

La passata stagione portò a Pisa Castillo, che ora gioca in serie A nella squadra della sua città. La soddisfazione è d'obbligo...
"La soddisfazione esiste e come. Castillo era richiesto da molte squadre di serie A ma posso dire tranquillamente di aver spinto Nacho a scegliere la squadra della mia città".

Da uomo mercato, c'è qualche giocatore sorpresa o che è migliorato a tal punto da consigliarne l'acquisto a qualche squadra?
"Mi piacerebbe ricordare quei giocatori che ho portato a Pisa e che ritengo eccezionali come Castillo che a Lecce sta facendo benissimo, Genevier, Kutuzov, Gabionetta e Cerci. A dir la verità Cerci piaceva tanto anche a mister Ventura. Decidemmo di puntare su di lui di comune accordo ed Alessio ci diede veramente tante soddisfazioni".

Il calcio italiano in Europa ora è rappresentato solo dall'Udinese, siamo davvero i meno bravi?
"Più che meno bravi direi i meno organizzati. La vera distanza che esiste tra noi e gli inglesi, per esempio, dipende dagli stadi di proprietà. In Italia siamo una quindici di anni indietro rispetto la Premier League. La Juventus sta riuscendo a muoversi in maniera giusta con la costruzione di uno stadio tutto suo che porterà sicuramente alle casse bianco-nere degli ottimi ricavi. Uno stadio di proprietà può portare vantaggi grossi, di conseguenza deve essere la strada da seguire. E' importantissimo".

Mourinho ha portato novità in Italia o cos'altro?
"Mourinho quello che dice di solito lo enfatizza troppo. Però una cosa è certa, quando decide di parlare dice sempre quello che pensa e ce ne sono pochi come lui".

E' lotta a due per lo scudetto. Chi vincerà il campionato?
"Lo scudetto lo vincerà l'Inter. Non penso ci siano altre alternative. Il potenziale dei nero-azzurri lo conoscono tutti, il vantaggio che ha nei confronti della Juventus dimostra la forza e la qualità di questa squadra. In Italia è perfetta, in Europa per vincere dovrebbe cambiare la mentalità".

I suoi concittadini ed amici Moriero e Conte hanno deciso, dopo aver appeso le scarpette al chiodo, di fare gli allenatori. Lei, invece, ha deciso di fare il direttore sportivo, come mai?
"Quando giocavo a calcio, i miei compagni di squadra mi chiamavano 'direttore'. Ho sempre avuto quella percezione di capire se un giocatore era un talento oppure no. Il 90% dei miei contratti, fatti a muso duro con le società con cui trattavo, me li gestivo da solo. Quando andavo a vedere una partita allo stadio, più che guardare il modulo utilizzato da una squadra, mi interessava la giocata di un calciatore, il tocco di palla, lo stop o il movimento in campo. Ed è per questo che decisi di fare il ds".

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