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Valerio Bertotto: "Non riesco ad appendere le scarpe al chiodo..."

Valerio Bertotto: "Non riesco ad appendere le scarpe al chiodo..."TUTTO mercato WEB
© foto di Giacomo Morini
domenica 26 luglio 2009, 08:232009
di Redazione TMW.
fonte di Monica Tosolini per udineseblog.it

In un calcio che con un colpo di spugna riesce a cancellare società storiche come Avellino, Pisa e Venezia, anche l'aspetto umano passa in secondo piano.

Ne sa qualcosa Valerio Bertotto, bandiera storica dell'Udinese, uno dei capitani più amati in terra friulana: lui che al calcio ha dato e vorrebbe continuare a dare tutto, si trova a dover ammettere che per sopravvivere ormai bisogna diventare mercenari. Una amara constatazione frutto di una situazione che "il capitano" spiega a "Il Friuli/Udineseblog":

Hai vissuto 13 anni di Udinese. Cosa è cambiato nella società friulana e in te in tanti anni?
"Io sono arrivato dall'Alessandria in un momento in cui era difficile per un giocatore fare un salto di carriera di due categorie. L'Udinese mi ha permesso di giocare in A, anche se allora non aveva la stabilità di oggi: io ho rinunciato a proposte economiche più importanti per raggiungere il sogno di ogni calciatore, quello di giocare nella massima serie. Per me era una sfida e l'ho affrontata come tale. L'evoluzione importante nell'Udinese c'è stata con Zaccheroni, un allenatore serio e preparato che ha spronato una società decisa a costruire a lungo termine su giovani di moralità e qualità tecniche (Poggi ed io) supportati da compagni più maturi (Bierhoff e Calori)".

Sei stato uno dei capitani più amati. Come hai ricevuto l'investitura iniziale?
"Quando se ne è andato Calori, ho preferito lasciare la fascia, che sarebbe toccata a me, al mio amico fraterno Poggi. Quando lui poi se ne è andato, l'ho accettata. Per me un vero onore e un onere".

Hai sempre nutrito la speranza di tornare. Fattibile?
"No, non come calciatore. Forse, in futuro, come dirigente".

La società ti ha parlato in questo senso?
"Ci sono stati dei colloqui al riguardo. Io purtroppo non riesco a smettere di giocare. E ho bene impressa l'immagine di Paolino che dopo l'ultima partita è venuto negli spogliatoi, ha piantato un grosso chiodo e ci ha appeso le scarpe. Io non ce la faccio e spero di trovare una giusta collocazione".

Il tuo desiderio sembra forte:
"Mi mancano 23 partite per raggiungere le 400 in A. Perché non me le fanno fare, mannaggia?"

A febbraio hai scelto Venezia, che si trovava in una situazione disperata e che tu hai trascinato alla salvezza sul campo:
"Speravo in una sistemazione più consona, vista la mia carriera, ma non trovando squadra mi sono lasciato convincere da Poggi. In una situazione disastrosa devi tirare fuori quel qualcosa di più, ed io sentivo la responsabilità, anche verso me stesso, di dimostrare che ci avrei messo l'anima per la salvezza. Così ho fatto!"

Ma alla fine la Covisoc ha vanificato tutto:
"Nessuno può capire la rabbia. Quanto accaduto anche a Venezia, è frutto della non corretta regolamentazione nel calcio. Se una società non garantisce di poter coprire economicamente le spese da sostenere, non deve avere la possibilità di operare. E deve essere tenuta lontana dalla realtà calcistica, non avere la possibilità di riciclarsi senza cambiare nulla, in realtà. Invece nel calcio girano sempre le stesse facce!"

Tutto ciò è frutto di una situazione atavica. Macalli è intervenuto troppo tardi?
"Bisognava muoversi prima, è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono già fuori".

Una persona così emotivamente coinvolta come te, come fa ad accettare un calcio così "malato"?
"Io non posso disinnamorarmi del calcio. Anche se ho sofferto a vedere anche come è stato trattato Maldini: se questo è il ringraziamento che si ha dopo aver dato tanto, allora mi viene da dire che è giusto che il calcio diventi di mercenari. Però poi non voglio più le sceneggiate per la mancanza di bandiere".

E i tifosi? Come convincerli che vale ancora la pensa appassionarsi ad una squadra?
"Noi giocatori, che viviamo il calcio con passione, siamo la parte migliore: i tifosi devono sì attaccarsi alla squadra, ma anche a noi, che viviamo questo sport come loro".