Pastorin: "Dal dribbling al marketing. E Lodetti..."
esclusivaClaudio Sottile
Darwin Pastorin teorizza, a modo suo, una nuova teoria della specie: calcistica.
Nuova, ma ancorata ad un passato fatto di rivalità e non di scontri, di sfottò e non di insulti, di sconfitte sul campo e non sugli spalti.
Nato 54 anni fa a San Paolo del Brasile da genitori veronesi ma vissuto in Piemonte, ha tutta la flemma ed il rigore torinese, la laboriosità scaligera, abbinata ad una genuina, viscerale, bailada passione per il gioco del calcio.
Toni sempre contenuti, quasi sussurrati: non c'è bisogno di gridare, anche se la voce proviene dall'altra parte dell'Oceano.
Darwin, spesso invochiamo un ritorno al calcio che fu, ad un'era mitica, per ritrovare una realtà a dimensione di tifoso; tuttavia, potrebbe essere proprio il nostro sistema calcistico stantio, agganciato a retaggi impolverati, il vero limite del presente e causa del problema?
«Stiamo parlando di un calcio che rispetto all'età romantica si è trasformato, è diventato un'industria, io dico sempre che il marketing ha sostituito il dribbling, quindi siamo entrati in un era commerciale, ed è finita almeno in parte l'era poetica.
Era un calcio fatto di voci, di emozioni, di miti, dove non c'era tanta televisione ma c'era tanta radio, soprattutto quello che funzionava in maniera dirompente era la fantasia.
Ora diventa difficile, certo il calcio moderno ci permette di seguire la squadra del cuore domenica dopo domenica, immagino un tifoso sardo in Piemonte che può comunque vedere il Cagliari ogni domenica.
Io ad esempio posso vedere il Palmeiras, che è la mia squadra di San Paolo, giocare quasi sempre, è un fenomeno non soltanto televisivo ma anche di internet, quando ero bambino, negli anni Settanta, i risultati del Palmeiras potevo saperli o da rari risultati sulle pagine sportive, o dai giornali che mi mandavano i parenti dal Brasile, ma che quando arrivavano erano già stravecchi».
Gli stadi italiani sono fatiscenti e non al passo coi tempi: pensi che sarebbe improponibile organizzare gli Europei del 2016, oppure proprio un evento del genere potrebbe fornire lo slancio per un prorompente rinnovamento?
«È chiaro che fa sempre piacere organizzare Europei, Mondiali di calcio, però l'Italia come dici tu giustamente ha delle strutture che spaventano, impianti vecchi, ci sono stadi completamente da rifare.
Ad esempio a Torino il Delle Alpi è stato abbattuto, la Juventus costruirà il proprio stadio, uno stadio moderno, con il numero di spettatori giusto, con il centro commerciale dove sarà possibile mangiare, bere, fare passeggiate, comprare la maglietta del proprio beniamino su un modello che è quello inglese o olandese. Oppure americano, dove il soccer non è così importante, ma nel football, nel baseball e il basket questi stadi sono impianti all'avanguardia.
Non abbiamo problemi di impianti solo come gradinate che stanno crollando, perché abbiamo terreni di gioco orribili, a rischio di caviglie e di infortuni molto gravi. E in una nazione che dovrebbe essere all'avanguardia come la nostra, e per certi versi lo è essendo Campione del Mondo, il calcio dovrebbe avere stadi decisamente moderni».
Passa secondo te la similitudine stadi vecchi uguale vecchi dirigenti?
«No, diciamo che ci sono stadi vecchi, ma anche stadi vecchi come Marassi che ci riportano all'epifania del calcio, come ci sono dirigenti vecchi ma anche molto preparati, dirigenti vecchi che hanno fatto e continuano a fare la storia del calcio. Certo bisognerebbe avere un cambio generazionale, per avere un calcio diverso come idee.
Però, ad esempio, abbiamo a governare uno come Blatter che ha idee che non stanno in piedi, mettere troppe pause per permettere alla televisione ulteriori spazi pubblicitari, allargare le porte, io sono anche contrario alla troppa tecnologia per vedere questa o quell'immagine.
Sarei d'accordo al limite, ma su episodi dubbi al 100%, altrimenti chiunque potrebbe chiedere la verifica di un fallo, di un rigore, di un'ammonizione, di un'espulsione, ora bisognerà anche verificare il labiale viste le ultime cose ridicole che sono successe...».
Di solito nel nostro Paese, per modificare un andazzo pericoloso, deve "scapparci il morto": nel calcio italiano, di eventi luttuosi negli ultimi anni ce ne sono stati purtroppo diversi, eppure continuiamo ad andare in trasferta scortati fin in autostrada, e blindati anche nelle serie minori, è un problema culturale?
«È indubbiamente un problema culturale, molto pesante e grave, come hai detto tu allo stadio ci sono stati i morti, mentre dovrebbe essere un luogo della festa, una volta si parlava del giorno della partita settimanale come della "domenica della brava gente", bisognerebbe ritornare all'idea di calcio uguale famiglia, stare insieme, tifo ma non delirio.
Ripeto, il calcio purtroppo è diventato un qualcosa che ha smarrito le proprie radici, ha perso il significato di pratica sportiva.
È un problema culturale certo, che nasce dalle famiglie, dai genitori che vogliono i figli campioni, dalle partite dei bambini che finiscono con risse sugli spalti fra padri e mamme, è qualcosa di veramente allucinante.
Ricordo quando Giovanni Lodetti mi disse "Darwin, ho intenzione di aprire una scuola calcio con quattro campi e un cinema", o gli domandai il perché di un cinema, lui rispose "Per mandarci i genitori quando i figli giocano", secondo me questo ti da il senso di tutto».
Un problema tutto italiano?
«Non dobbiamo caricare lo stadio come uno specchio della nostra società, io non demonizzerei tanti tifosi che invece danno il buon esempio, e magari gli ultras peggiori sono in tribuna d'onore dove non pagano nemmeno il biglietto, è un problema come hai detto di cultura sociale, e lo stadio è visto come uno sfogo di tutti i problemi.
Io sono ancora uno che spera di andare allo stadio e poter raccontare la partita, lo spettacolo e il divertimento, vedere di nuovo i bambini in curva, e non importa se un bambino indossa un cappellino dell'altra squadra, trovo grottesco e ridicolo fare e farsi del male».
Secondo te l'Italia rivivrà l'epoca d'ora vissuta nei decenni Ottanta e Novanta?
«Sono convinto che il calcio italiano è sempre divertente, ci sono buoni giocatori, buoni stranieri, è ovvio che l'Eldorado degli anni Ottanta non si ripeterà più. Nel nostro torneo c'erano campioni come Maradona, Platini, Zico, Falcao, c'erano i Campioni del Mondo di Spagna '82, l'indimenticabile Scirea, Tardelli, Gentile, Paolo Rossi, Zoff, non scordiamoci quel tempo, anche se adesso le società spagnole e inglesi sono egemoni.
Ora la Liga, la Premier e la Bundesliga sono mete anche per i nostri giocatori, una volta difficilmente il giocatore italiano andava all'estero, restava qui dove guadagnava tanto e forse troppo.
I nostri allenatori, anche i più bravi, vanno all'estero, anche se il campionato italiano con Juventus, Milan, Inter, Roma, Fiorentina, Lazio, e quello di B con il Torino, è sempre un ottimo torneo, tuttavia non illudiamoci di rivivere i fasti dei magnifici anni Ottanta».
La Germania ci sorpasserà nel Ranking Uefa, piazzando quattro squadre nella Champions 2011/2012, a dispetto dell'Italia, che ne presenterebbe tre?
«Ci può stare, ultimamente in Champions League le squadre italiane non hanno fatto grandissimi figure, dobbiamo comunque pensare che storicamente nei momenti di difficoltà, l'Italia ha sempre avuto quel guizzo che la porta poi a mantenere le posizioni, dobbiamo essere fiduciosi».
Nell'ultima partita di Under 21 c'erano tre giocatori di colore in campo con la maglia azzurra, Balotelli, Ogbonna e Okaka...
«Vorrei vederne altri 8, figli di asiatici, sudamericani, è bellissima questa Italia multirazziale, io da tempo mi batto, io stesso sono figlio, nipote e pronipote di emigranti».
Secondo te chi vincerà Campionato Italiano, Mondiale, Champions ed Europa League?
«Non ho azzeccato un pronostico in vita mia, però lo faccio volentieri. Dico Inter in campionato, è ancora la meglio attrezzata. Al Mondiale vedo sempre favorito il Brasile, è una Nazione che può mettere in campo 18 nazionali competitive, l'Italia farà bene e farà onore al titolo di Berlino 2006, se devo trovare una squadra che potrebbe ottenere un risultato ottimo penso all'Inghilterra di Fabio Capello.
In Champions la mia favorita resta il Barcellona, è ancora la più forte.
In Europa League credo ad una possibilità juventina: ha eliminato bene l'Ajax, e con la vittoria sul Fulham, che comunque non mi sembra una squadra straordinaria, può trovare l'entusiasmo per rialzare una stagione piena di tante ombre».
Nei tuoi cromosomi ci sono tracce di Sud America, come giudichi le recenti dichiarazioni di Carlitos Tevez («In Argentina se ti comporti come ha fatto Terry rischi di non sopravvivere, se lo fai nel mio vecchio quartiere di Buenos Aires, se ti va bene, ti rompono le gambe») ?
«Ma qui c'è tutta l'esagerazione sudamericana! La gelosia, la donna, poi chissà che succede...
Casi del genere capitano ovunque, alcuni si conoscono, altri rimangono come si dice nel segreto dello spogliatoio».
Prima hai citato il Torino, secondo te come finirà la stagione dei Granata?
«La promozione a questo punto è difficile, e mi dispiace perché il posto del Torino è in Serie A. Visto tutto ciò, il cambio societario a questo punto potrebbe far bene all'ambiente, l'importante è fare un progetto serio e sicuro per tornare in Serie A nella prossima stagione».
Hai sempre preferito adottare un piglio misurato, mantenendo i decibel sotto la soglia di guardia, credi che l'intero movimento giornalistico sportivo italiano dovrebbe comportarsi in questa maniera?
«I miei toni li conoscete, sono i toni bassi della discussione pacata, c'è la riflessione, c'è l'analisi senza bisogno di sgolarsi, io parlo per me, non guardo mai in casa d'altri, rispondo delle mie trasmissioni e delle cose che scrivo, penso solo al mio essere giornalista».




