Luca Serafini: Allegri coraggio, schiera la tua squadra
Antonio Vitiello
Se è ancora un po' presto per chiamarle attenuanti, chiamiamole soltanto cause. Il Milan a -5 dall'Inter dopo 4 giornate è già più che un campanello d'allarme, è una sirena anti-incendio: magari è scattata solo per colpa di una sigaretta, ma conviene comunque prendere in mano l'estintore. Le riflessioni sulla squadra rossonera vertono tutte sul trio d'attacco e, al secondo posto, sui nomi dei giocatori che dovrebbero comporre il centrocampo. Sembra che il Milan sia nato il venerdì prima di Cesena, quando sono sbarcati a Milanello Ibrahimovic e Robinho, ma già il debutto contro il Lecce a San Siro aveva rivelato un atteggiamento tattico sorprendente: la tendenza a un modulo 0-10 si era insinuata pericolosamente. Dalla tribuna stampa posta al secondo anello, già una mezza dozzina di volte alla 1a di campionato avevamo notato come il compagno di squadra più vicino ad Abbiati fosse Pirlo, sistemato sulla mediana a osservare terzini e centrali che scarrozzavano nella metà campo dei giallorossi. 4-0, tutto molto bello, timidamente ci picchiamo aver sottolineato però - il lunedì successivo a "Milan Channel" - che forse quell'assalto all'arma bianca fosse da correggere. Cesena, Auxerre e Catania non hanno dissipato i dubbi, anzi. Nei contropiede velenosi di tutte queste squadre di seconda fascia rispetto al Milan, si vedeva barcollare un pugile gigantesco che affronta un peso piuma senza coprirsi la faccia. Il Milan giocava come se sporgesse da un balcone fino alle caviglie, più facile spatasciarsi al suolo che rientrare per bagnare i gerani. "Però ha una testa enorme e di granito", cioè un attacco stellare in grado di sfondare anche l'asfalto. Mah... quando voli dal terzo piano non ti salvi nemmeno se hai il capoccione.
Poi, l'Olimpico. Un atteggiamento più sano, i terzini un pochino più bloccati, i centrali pure, la Lazio che poteva provarci soltanto da fuori (salvo qualche paurosa accelerazione nella ripresa, su una delle quali è nato il pari di Floccari). E qui sono uscite le magagne del gioco. Boateng, del quale a centrocampo c'è bisogno come il pane, relegato all'ala destra marcato e raddoppiato, un cross in 90', un paio di recuperi, niente di più. Gattuso, Pirlo e Seedorf che danno la sensazione, avanzando a coppia o tutti insieme, di ingabbiare e soffocare Ibrahimovic più che creare pericoli agli avversari.
Se poi a loro si aggiungono gli accentramenti di Dinho e gli arrivi scaglionati di Abate e Zambrotta, ecco che il traffico davanti a Muslera era da autoscontro. E dagli autoscontro non si esce, se non ammaccati. (Guai dare retta alla metafora cinese: "Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo").
Il riassunto di queste prime 5 partite lascia la netta impressione che la squadra nella testa di Allegri non si sia ancora vista. Le sue espressioni e le sue frasi a bordocampo sono sintomatiche, le sue formazioni iniziali altrettanto probanti. L'ex allenatore del Cagliari ha il problema di non far incazzare il presidente tradendo la filosofia offensiva (che non vuol dire attaccare in 8-9-10, ma questo lui lo sa bene): quindi, 4-3-3 a prescindere. Anche se manca Pato, anche se manca Robinho, anche se manca Inzaghi. Una carenza di duttilità tattica già ampiamente manifestata con Leonardo. Il modulo è quello, un dogma, un crocifisso (e infatti il Milan vi è crocifisso), anche se all'ala destra devi farci giocare Mancini, o Abate, o Merkel, Boateng, il fratello vecchio di Beckham, Seedorf... Ma perché?
Ancelotti aveva acquisito sufficienti crediti per mascherare il dogma delle 2 punte (all'epoca estenuante come lo è oggi il dogma delle 3 punte), ha giocato il miglior calcio d'Europa per anni con l'albero di Natale (4-3-2-1) che gli consentiva di buttare in squadra con la vanga i molti trequartisti o registi che gli erano stati rovesciati a Milanello (Pirlo, Redondo, Seedorf, Rui Costa, Rivaldo), ballandosi la rivalità Shevchenko-Inzaghi ai quali si era aggiunto Tomasson. Dove stava la differenza? Ce n'erano diverse: 1) negli anni in meno di Gattuso, Pirlo, Ambrosini; 2) negli esterni (Cafu, Serginho, Pancaro); 3) in una difesa più solida e più attenta; 4) in un portiere che faceva i miracoli.
Oggi Allegri sembra più attento a non contraddire la filosofia editoriale della società, anche attraverso le formazioni iniziali, e a non urtare la vecchia guardia. Il problema è che una grande squadra deve essere duttile, elastica mentalmente e tatticamente, camaleontica (l'Inter a Palermo ha chiuso la gara col 4-5-1 in cui Santon faceva l'esterno alto). Il problema è inoltre che una grande squadra deve mettere in condizione i più bravi di esprimersi al meglio.
In questo senso, i temi della convivenza tra Pirlo e Seedorf alle spalle di Ronaldinho e 2 attaccanti, la nuova veste di Gattuso playmaker, dovranno essere prima o poi dibattuti con la stessa intensità con cui oggi si dibatte sugli "attaccanti che non rientrano".
In attesa del rientro di Ambrosini, della condizione di Robinho e Flamini, del cambio di pelle di Pato, abbia coraggio, mister Allegri: giusta o sbagliata che sia, che necessiti un rodaggio o parta subito a 200 all'ora, faccia giocare la squadra come vuole lei, schieri la formazione che ha in testa lei. Fino ad oggi, questo non sembra essere accaduto.




