Quattro moschettieri per una Dea. E non salvarla nemmeno
Andrea Losapio
Quanto cambia il calcio in una stagione. L'anno scorso, di questi tempi, l'Atalanta era in piena corsa per la Coppa UEFA (e già qui ci sarebbe un'anomalia, adesso al massimo potrebbe concorrere per l'Europa League), con una squadra che faceva sognare un'intera città grazie alle magie di Doni, ai gol di Floccari, alle geometrie di Cigarini e alla corsa di Padoin. I nerazzurri avevano battuto anche l'Inter, in casa - la prima sconfitta in campionato dell'era Mourinho - con un rotondo tre a uno, con il gol della bandiera siglato solo all'ultimo minuto da Zlatan Ibrahimovic.
Nessuno, ad agosto, avrebbe pensato a una caduta così verticale. Le cessioni di Cigarini e Floccari erano forse lo scotto da pagare per avere un bilancio in attivo, e gli acquisti dei vari Tiribocchi, Caserta, ma soprattutto Acquafresca e Barreto sembravano assolutamente funzionali alla causa.
Forse la scelta dell'allenatore era stata un po' discutibile, visto che Gregucci non era un tecnico navigato, ma anche lui non era certo un novellino (da non confondere con Novellino): col Vicenza aveva raggiunto importanti traguardi, anche se l'esperienza precedente al Lecce - con quattro sconfitte e un pari in cinque giornate - non era stata all'altezza. La media punti, con i nerazzurri, è semplice: zero punti in quattro partite, squadra affidata a Conte per la gara-salvezza contro il Catania, finita poi 0-0 con il primo punto della stagione e il tecnico che si presenta buttando lì la battuta, dicendo di "aver tolto lo 0 dalla casella punti, che portava sfortuna".
Poi, giusto un girone fa, l'Atalanta ritrovava De Ascentiis - lasciato libero a giugno, e richiamato in fretta e furia - e la vittoria contro l'Udinese, che mancava da inizio campionato: forse il momento migliore dell'intera stagione atalantina, che avrebbe poi chiuso una miniserie positiva con l'1, convincente, contro il Parma. Qualcosa si incrina, però, il 26 novembre, giorno di Atalanta-Lumezzane: i nerazzurri hanno appena battuto il Siena nella sfida salvezza, ma si arrendono ai bresciani per uno a zero, gol di Michele Marconi, prodotto del vivaio bergamasco. I tifosi protestano, hanno un confronto diretto con Conte - assolutamente pacifico -, ma che però lascia degli strascichi abbastanza importanti. La squadra guadagna solo un punto in quattro giornate e Conte, dopo la partita con il Napoli (e uno sfogo esagerato nel post gara), decide di dimettersi.
A quel punto le strade sono due: tentare di andare avanti con Bonacina, o scegliere un traghettatore fino a fine stagione. Il tecnico della primavera ha un lavoro da portare avanti, si siede solo in panchina col Palermo - buona la gara, anche con la sconfitta di misura -, per poi ritornare con i ragazzi più giovani. Arriva Bortolo Mutti, con il 3-0 strepitoso sulla Lazio e la buona prova col Bologna.
Dicevamo, un girone di distanza: la partita di ieri può essere preso a riferimento della stagione atalantina. Squadra abulica, che non tira in porta, che rischia di affondare quando l'avversario accelera, che vive sulle giocate dei singoli (o del singolo, Valdes, l'unico che sembra davvero capace di cambiare l'adagio, lentissimo, della compassata macchina Atalanta). Per salvarsi serve ben altro, non le dichiarazioni di facciata, anche se l'aver guadagnato un punto sulla Lazio può far ben sperare - ma neanche troppo, ecco. Probabilmente è il caso di cambiare anche modulo di gioco, provare un ardito 4-3-1-2, con una mezzapunta e - finalmente - due punte in grado di dialogare fra loro, anche per rendere meno facile il compito delle retroguardie avversarie, facilitate dal giocare sempre in evidente superiorità numerica contro gli avanti atalantini. Serve una scossa, quella che, per dire, Leonardo ha dato al Milan: al tecnico brasiliano si imputava la mancanza di fantasia, di gioco, di originalità rispetto al predecessore. I quattro moschettieri atalantini, da questo punto di vista, non sono esenti da colpe: ma per salvare la Dea ora serve un'idea geniale. Da avere in fretta.




