Allarme sciopero, l'inizio del campionato rischia di slittare: ecco il vero motivo
Cesare Di Cintio
Dopo diverse minacce il sindacato AIC, che rappresenta la maggior parte dei giocatori di Serie A, ha minacciato nuovamente di scioperare e rinviare così l'inizio del campionato 2011/2012.
Punctum dolens della questione è il rinnovo dell'accordo collettivo scaduto nel giugno 2010.
Innanzitutto è bene precisare che si parla di "contratto collettivo" poiché gli atleti professionisti, in base alla legislazione vigente, sono considerati lavoratori subordinati e, come tali, rappresentati dalle organizzazioni di categoria che agiscono per la tutela dei loro interessi corporativi.
Ricordiamo che, attualmente, i sindacati sono due: quello storico, che può contare sul maggior numero di adesioni, ovvero l' AIC ( Associazione Italiana Calciatori) e il neonato ANC (Associazione Nazionale Calciatori) che annovera, per ora, un minor numero di atleti ma solo perché nato da poco tempo. Per completezza espositiva è il caso di precisare che la minaccia di sciopero è stata annunciata dall'AIC.
Qual è la materia del contendere?
Originariamente i punti in discussione erano otto: ingaggi flessibili, cure mediche, codice disciplinare, multe e sanzioni, collegi arbitrali, allenamenti fuori rosa, cessioni obbligatorie e attività extra calcio.
L'evolversi delle trattative, tuttavia, ha portato le parti ad isolare la problematica intorno ad una tematica, ovvero quella degli allenamenti separati.
Infatti, il vero problema si è rivelato esser proprio quello connesso ai cosiddetti "gruppi differenziati di allenamento" nei quali avrebbero dovuto, secondo la Lega di Serie A, esser raggruppati i giocatori cosiddetti "fuori rosa", cioè coloro che, da un lato, non rientrano nei piani sportivi della società ma, dall'altro, rimangono comunque contrattualmente vincolati alla medesima.
La Lega di Serie A, come anticipato, avrebbe voluto raggiungere un accordo sul punto con il sindacato maggioritario e, quindi, fare allenare gli atleti "fuori rosa" a parte rispetto al gruppo degli altri sportivi.
L'AIC, sul punto, invece, è sempre stata rigida poiché l'idea che il giocatore potesse esser relegato ad allenarsi lontano dal team avrebbe potuto favorire condotte qualificabili come mobbing.
Ed, infatti, il discrimine tra la scelta tecnica dell'allenatore, che dovrebbe formare i gruppi di lavoro, (quelli dei giocatori che rientrano nei piani tecnici della società nell'immediato e gli altri) e l'ipotetico comportamento vessatorio da parte della società sarebbe molto labile.
Non a caso, proprio nell'ultimo periodo, abbiamo assistito a vertenze promosse da atleti verso società ( es. caso Pandev/Lazio) per chiedere alla giustizia sportiva la risoluzione di contratti proprio a causa di atteggiamenti discriminatori assunti dal sodalizio calcistico verso lo stesso atleta.
Ebbene, per l'AIC la legittimazione degli "allenamenti separati" avrebbe come effetto solo quello di favorire condotte qualificabili proprio come mobbing.
Certo vi è anche da sottolineare che, affinché possa configurarsi la fattispecie del mobbing, non è sufficiente che un giocatore venga invitato ad allenarsi separatamente dagli altri colleghi di squadra ma è altresì necessario:
1) che venga evidenziata la mala fede della società;
2) che tale scelta non sia tecnica;
3) che vi sia una volontà vessatoria da parte dell'ente;
4) che non vengano fornite pari opportunità rispetto agli altri giocatori;
5) che la condotta sia ricollegabile a fini diversi da quelli sportivi.
Infine, bisogna dimostrare il danno all'atleta che, ovviamente, non può esser isolato solo in quello economico o di immagine ma deve, necessariamente, manifestarsi come pregiudizio e sofferenza di ordine psicologico connesso alla situazione creatasi con la società datrice di lavoro.
In conclusione, per provare la sussistenza di condotte qualificabili come mobbing è necessario che vengano forniti riscontri oggettivi a determinate condotte ( ipoteticamente vessatorie) poiché gli allenamenti separati ( che possono teoricamente favorire condotte discriminatorie), se considerati isolatamente, secondo la mia opinione, non sono sufficienti a configurare la figura giurisprudenziale in esame. È obbligo delle parti, Lega di Serie A, da un lato, e Assocalciatori, dall'altro, trovare un punto di equilibrio tra gli interessi delle società e la tutela dei diritti degli atleti. Quanto poi al fatto che lo sciopero venga da molti criticato ritengo che, a tal riguardo, siano state spese troppe e inutili parole poiché il fatto che i calciatori guadagnino molti soldi non significa che i medesimi non possano esercitare un diritto che la legge riconosce loro.
Ritengo che il problema non sia morale ma giuridico. La legge 81/91 ha classificato i calciatori come lavoratori subordinati e non come liberi professionisti, il che significa che tali atleti possono esercitare il diritto di sciopero costituzionalmente garantito esattamente come gli operai.
Il resto sono solo chiacchiere da ombrellone.




