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Ecco da dove deve ripartire il calcio italiano

Ecco da dove deve ripartire il calcio italiano
lunedì 7 marzo 2011, 08:422011
di Cesare Di Cintio
Nato il 01.07.1972, avvocato, iscritto al Foro di Bergamo, ha collaborato sino al 2009 con l'Università di Bergamo alla Cattedra di Diritto Privato prima e quella di Procedura Penale poi, socio dello studio legale Di Cintio- Ferrari.

Gentili lettori,
ho trascorso la passata settimana osservando, leggendo ed ascoltando la perenne lotta in cui si dibatte la "politica del pallone" con urla e strepiti che giungono sopratutto dalla Terza Serie che sta annegando nella melma dell'incertezza gestionale.
C'è stata una pioggia di deferimenti a partire dai vertici del calcio professionistico per giungere all'ultimo gradino della Lega Pro: 36 società sono state segnalate alla Procura Federale dalla Covisoc per irregolarità amministrative.
Ci sono 6 società di serie A, 6 di serie B, 12 di Prima Divisione Lega Pro e ulteriori 12 lega Pro Seconda Divisione il che è un campanello d'allarme piuttosto preoccupate per quanto potrà accadere nel mondo del calcio a fine stagione.
Ormai questo settore vive di molta incertezza nel senso che il "precariato" calcistico sta diventando un'abitudine a cui tanti, purtroppo, si stanno rassegnando poiché per comodità preferiscono credere alla "favoletta" della crisi economica e si nascondono dietro un dito per celare in realtà i gravi limiti della classe dirigente italica.
Del resto i risultati sono sotto gli occhi di tutti ma, se esistono alcune società virtuose, allora significa che fare calcio nel rispetto delle norme contabili e amministrative è possibile e, quindi, la "favoletta" di cui ho scritto in precedenza, come ogni bugia, ha le gambe corte.
È come quando i dirigenti di società recriminano sugli arbitraggi per giustificare le proprie manchevolezze poiché nessuno ha il coraggio di assumersi le proprie responsabilità nel mondo del pallone in cui è sempre colpa degli altri.
Eppure esistono degli esempi virtuosi.
Sul punto non vorrei scomodare, come tanti hanno fatto in questo periodo, il "modello Udinese" che punta sui giovani, giustamente, ma piuttosto vorrei ricordare quello Atalanta ( solo per fare un esempio virtuoso che conosco ma ne esistono anche altri) che esiste da sempre e che, da sempre, ha fornito giocatori alla Serie A e alla Nazionale.
Dal "laboratorio"di Zingonia sono usciti molti atleti, Italiani (e sottolineo Italiani), perché i nerazzurri di Bergamo prediligono il "prodotto" tricolore che, secondo il "grande vecchio" Mino Favini ( scopritore di molti talenti nerazzurri), vale ancora molto ( non a caso Arrigo Sacchi l'avrebbe voluto al suo fianco a Coverciano).
Questa è una filosofia che risale nei tempi e lo stile e strategia aziendale è oramai consolidata poiché, a livello di formazione giovanile, l'Atalanta si è sempre distinta per esser tra le migliori in Europa.
Eppure la crisi economica è esistita, ed esiste ancora, anche per i Bergamaschi i quali, pur alternando nella massima serie stagioni di grande livello a qualche sporadica retrocessione, hanno una struttura societaria molto solida e, guarda caso, in linea con le licenze Uefa da diversi anni.
La verità è che, allo stato attuale, troppi soggetti si riempiono la bocca parlando di giovani ma in pochi credo abbiano bene chiara l' idea di come si formi un calciatore e come sia facile perderlo per strada se non adeguatamente centellinato e misurato nelle sue prestazioni.


Questo perché la crisi del calcio italiano, dal mio punto di vista, è passata attraverso l'incapacità di programmare una formazione di qualità per dirigenti i quali, nell'ultimo decennio, non sono stati in grado di reagire ai numerosi deferimenti delle società che hanno amministrato cui, in troppi casi, sono conseguiti molti fallimenti illustri.
Dobbiamo definitivamente prendere atto che gli anni in cui le Italiane primeggiavano in Europa sono passati poiché i campionati nazionali, purtroppo, si sono abbassati notevolmente di livello con evidenti ripercussioni sullo spettacolo che si offre ai tifosi i quali preferiscono vedere ( comprensibilmente) la Premier League in tv.
Il Fair Play Finanziario poi ritengo potrà dare il colpo di grazia se non si avrà un repentino cambio di rotta: le società dovranno esser in grado di autogestirsi e autofinanziarsi senza che le scelte di mercato vengano più dettate dallo stato d'animo del presidente di turno ma alle reali capacità economiche della società.
Tuttavia, è giusto anche sottolineare che i motivi dello scenario attuale risiedono anche in scelte strategiche errate.
Il riferimento è sempre ai giovani che in serie A e B Italia faticano a farsi largo poiché la mentalità utilitaristica del nostro Paese è refrattaria al cambiamento e, tra un atleta talentuoso ed uno esperto, si predilige sempre l'esperienza a discapito della qualità.
Inoltre, nelle categorie di Lega Pro sono state introdotte regole per incentivare economicamente le società a ricorre all'utilizzo dei giovani i quali vengono comunque schierati anche se non meritevoli, con la conseguenza che si abbassa il livello delle competizioni lasciando credere che la valorizzazioni dei settori giovanili passi attraverso questa strategia.
In realtà gli elementi di valore sono pochi e quelli buoni se li tengono, ovviamente, le società di A o di serie B dove, comunque, faticano a trovare posto a causa del retaggio culturale secondo cui il risultato sarebbe garantito dall'esperienza e non dal talento ( meno male che Messi è andato in Spagna perchè in Italia pochi avrebbero creduto in lui).
In Lega Pro finiscono, invece, quelli che servono solo per fare "minutaggio" ( ad ogni minuto giocato è previsto un premio in denaro per le società) ed una volta divenuti "anziani" smettono di giocare perché anche nei dilettanti vi sono regole ferree sul punto che impongono di schierare giovani a pena di sconfitte a tavolino.
Ciò dimostra come manchi una programmazione organica sulle risorse umane e tecniche dei singoli territori e come sia complicato costruire quei vivai, che le norme europee sul Fair Paly Finaniario tanto caldeggiano, proprio per assenza di sbocchi dei talenti presso le prime squadre.
Il punto è che in Italia si è improvvisato in passato mentre in altri paesi come Francia, Spagna e Germania si è programmato ed i risultati si sono visti.
Mi auguro che le società virtuose, che già operano sul nostro territorio, vengano prese più spesso a modello ( dato fanno giocare i giovani che formano) poiché, in assenza di una "politica del pallone" che favorisca la crescita programmata e omogenea del movimento calcistico, ciò che potrà salvare i nostri campionati e la Nazionale saranno i valori tecnici da cresce e coltivare e non da parcheggiare nelle panchine delle massime serie o in Lega Pro a fare numero.