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Cassano e Pazzini: divisi non sono stati più loro. Inzaghi: dai boschi di Manchester a Pinzolo. Kakà: questa volta la tripletta va fatta. Totti non se lo augurava, ma Zeman è Zeman

autore
Mauro Suma
sabato 28 luglio 2012, 00:002012
autore Mauro Suma
28.07.2012 00:002012
Nato a Milano il 10 Maggio 1965; Giornalista Professionista dal 1994. Dopo le esperienze professionali di carta stampata (La Notte e Il Giorno) e televisive (Telelombardia, Telenova, Eurosport), dirige Milan Channel dal 16 Dicembre 1999.
FotoTUTTOmercatoWEB
© foto di Studio Buzzi

Non succederà più che torni alle tre...sono passati solo ventisei mesi dal pomeriggio di sole in cui Antonio Cassano e Giampaolo Pazzini cantavano insieme, felici e inzuppati, questa canzone con la Sampdoria fresca di qualificazione ai preliminari di Champions League. Un momento elettrizzante, indimenticabile, che, però, non è durato. Anzi, è precipitato. La Sampdoria, all'ultimo respiro, ha perso il preliminare con un Werder Brema non impossibile da superare, è andata in ansia per i problemi di bilancio, ha cercato la rottura e la cessione sia con Cassano che con Pazzini, fino ad andare in Serie B. Ora la Samp è risorta, ma le sue schegge stuzzicano e incuriosiscono la Serie A che conta. Il direttore di quella Samp, Marotta, è alla Juventus; Antonio Cassano è, meditativo nel senso più decadente e baudeleriano del termine, al Milan; Giampaolo Pazzini è, silenziosamente, all'Inter. Sia Cassano che Pazzini hanno avuto buoni periodi nelle rispettive squadre, ma in questo momento sono psicologicamente sotto. A ben guardare, in uscita dalla Samp, è andata meglio ad Antonio che ha ritrovato la Nazionale con il Milan e che ha costruito un legame con Ibra molto simile a quello di Genova con Pazzini. Dal canto suo, il Pazzo la Nazionale con l'Inter l'ha persa e, Maicon a parte, non ha mai trovato in nerazzurro un uomo-assist al quale appoggiarsi per fare i gol che sa fare. Ma al di là delle fasi lunari e delle congiunture, in questo momento si trovano entrambi più o meno nella stessa situazione. Più definita, in senso negativo, per Pazzini che per Cassano, ma siamo lì. Quindi? Il triangolo sì o il triangolo no? Complessivamente, Pazzini ha conservato negli anni, con Marotta, forse, un rapporto migliore rispetto a quello di Cassano. E potrebbe essere che la Juventus, almeno in questo momento, non solletichi lo "spleen" del complesso stato d'animo attuale di Antonio. Ma i giri di valzer, nel calcio, sono sempre possibili e mai impossibili. Anche se i tifosi milanisti sono i primi a sperare che Cassano superi il magone estivo, esattamente come ha fatto, con grandissimi risultati, nell'estate 2011.

Il prossimo 16 Agosto Filippo Inzaghi, che sogna già (chi conosce Pippo sa che alla fine le cose le ottiene per sfinimento - lui Baudelaire non lo conosce...) la panchina del Milan quella vera, partirà per Pinzolo per il ritiro dei suoi Allievi Nazionali. Pinzolo è Trentino, val Rendena. Non è Lancashire, non è Inghilterra di mezzo. Non andrà Pippo, per intenderci, nei boschi di Manchester dove si trova Blackburn. Ma la città a 27 miglia da quella Manchester nella quale lui e Ancelotti sono diventati Campioni d'Europa nel 2003 nella Finale contro la Juventus, ha seriamente rischiato di diventare la sua nuova casa sportiva. L'offerta del Blackburn era davvero da brividi? Non ci sono certezze, ma il fatto che non sia andata in porto dimostra che la testa di Inzaghi non è cambiata. E' sempre la stessa. Non contano i soldi, ma la passione e gli stimoli. Gli obiettivi e i record. E sarà così che, iniziando a sfinire gli Under 16 rossoneri, partirà a metà Agosto la carriera di un prossimo grande allenatore del calcio italiano...

In questa estate milanista del 2012, molto simile psicologicamente e mediaticamente a quella del 2009 segnata dalla partenza di Kakà, ho ripescato gli appunti di tre anni fa. Sembrava finito il mondo, proprio come adesso, invece nonostante le tempeste attorno a sé il Milan sapeva perfettamente cosa fare e come reagire, anche qui proprio come adesso. Ai primi di giugno di quella estate, la linea di Adriano Galliani era quella di "sostituire" Kakà con tre giocatori, uno per reparto: Thiago Silva, Aly Cissokho e Edin Dzeko. Uno per reparto. Uno c'era già, Thiago Silva, gli altri due erano vicinissimi. Venne attaccato Galliani: ma chi è questo Thiago Silva? Ma perché questo Cissokho costa così tanto? E Dzeko, ma sarà così bravo uno che non ha mai vinto niente? Quell'anno però l'umore del presidente Berlusconi era molto forte e la sua lancetta dell'orologio non era appaiatissima a quella della dirigenza rossonera. Dzeko e Cissokho non arrivarono, ma sul piano sportivo aveva ragione lui, l'amministratore delegato: per quello che il bosniaco e il franco-senegalese hanno dimostrato in seguito se il Milan avesse seguito quella linea, avrebbe molto probabilmente vinto lo Scudetto 2009-2010, quello che avrebbe poi visto il Milan, pur senza questi rinforzi, a 1 punto dal'Inter a Marzo salvo poi fermarsi per gli infortuni in contemporanea di Nesta e Pato. Tre anni dopo, sulla scrivania di Adriano Galliani, dopo le partenze di Ibra e Thiago, ci sono le stesse richieste, la stessa linea: tre giocatori funzionali, uno per reparto fra difesa, centrocampo e attacco. L'umore del presidente Berlusconi, pur nella difficoltà economico-globale del momento, è migliore rispetto a tre anni fa sul Milan e in questo quadro non guasta la presenza attiva, dentro il Milan, della figlia, Barbara. E se questo coinciderà con la famosa linea e se alla stessa linea "a tre" di Galliani dovesse anche aggiungersi una magica suggestione, ecco che il Marzo 2013 potrebbe essere quello che non è stato il Marzo 2010. Ma sul serio e fino in fondo.

Non c'è appassionato di calcio, anche di altra fede, che non sia intrigato in questo momento dalla Roma. Questi furetti tecnici in mezzo al campo e davanti, l'arrivo di Destro, la fame di calcio che sgorga da Zeman e che viene sprigionata in campo dal pressing della squadra. Insomma, chi pensava che Zeman fosse uno specchietto per le allodole per placare lo stadio Olimpico, è servito. La Roma è partita da Zeman, non è arrivata a Zeman. Amici romanisti ci spergiurano che, qualche anno fa, Francesco Totti si era augurato, per come "massacra" in allenamento, di non incontrare più Zeman per motivi di lavoro nella sua carriera. Ma da tifoso giallorosso, lo stesso Totti dovrà riconoscere che il progetto della Roma di quest'anno è di un fascino tale che, se oltre alle premesse e alle scommesse, dovessero arrivare anche i risultati, lui sarà il primo a festeggiare. Con un parafulmine come Zeman e con una dirigenza che ha saputo arrivare in fondo senza drammi anche all'esperienza contradditoria della gestione Luis Enrique, le premesse per una nuova grande Roma ci sono tutte. Molto più consistenti e definite rispetto a quelle di Napoli e Lazio.