TMWMagazine Igor Protti: capocannoniere per eccellenza
Chiara Biondini
Per la rubrica "i giganti del calio", è stato intervistato dai microfoni del mensile gratuito TMWmagazine, Igor Protti.
Se il gol ce l'hai nel sangue, in qualche modo riesci a salire alla ribalta. Ma per vincere la classifica capocannonieri in tre serie diverse (la A, la B e la vecchia C1), ci vuole un attaccante di razza. Pochi, pochissimi ci sono riusciti: uno di questi è Igor Protti. Ma quali sono i segreti per compiere una tale impresa, oltre alle doti tecniche? Coraggio? Fortuna? Abnegazione? "Nel mio caso si è trattata di una cosa abbastanza singolare. Fino a 18 anni giocavo da centrocampista, poi pian piano sono stato spostato sempre più avanti. Ho cercato di adattarmi a quanto mi veniva richiesto dall'allenatore, ma mi son reso conto di poter diventare un buon attaccante. Ovviamente sono grato alle squadre nelle quali ho giocato; non dimentichiamoci che il calcio è appunto uno sport di squadra".
Ripercorriamo proprio gli inizi. "Ho sempre desiderato diventare un calciatore. Ovviamente l'approdo al Rimini, squadra della mia città e per la quale facevo il tifo, è stato un sogno che si realizzava. Ho avuto, poi, la fortuna di esordire a sedici anni e mezzo grazie a Beppe Materazzi".
Cosa ci può raccontare di lui? "Lo ricordo bene, anche perché poi l'ho ritrovato a Messina e a Bari. Si tratta di una persona con cui ho un ottimo rapporto e alla quale devo molto".
Dopo Rimini, la prima esperienza a Livorno. Immaginava che sarebbe potuta diventare così importante per la sua carriera? "Ricordo che scelsi Livorno e non la Primavera del Milan. Pensavo fosse solo una meta di passaggio, invece scoppiò un grade amore, per la gente e per la maglia. Quando sono andato via mi son ripromesso che sarei tornato".
Però ci fu il salto in Serie B. "Da 50 spettatori mi ritrovai a giocare davanti a 20 mila persone, con la gente che assisteva anche dai terrazzi. All'esordio dovetti sostituire un vero idolo come Schillaci; avevo una grande responsabilità, ma andò benissimo. Da lì nacque di nuovo un grande amore, è la cosa che mi riempie più di gioia".
Una gioia che poi arrivò anche con il Bari. "Fu per me la prima promozione in Serie A, arrivata quando avevo già 27 anni; forse nessun'altra squadra mi avrebbe potuto dare la possibilità di giocare nel massimo campionato".
All'ultimo anno con i pugliesi arrivò il primo titolo di capocannoniere ma incredibilmente anche la retrocessione; cosa ricorda di quella stagione? "Fu comunque un campionato di grande spessore. Mi ricordo che all'ultima partita in casa, nonostante la retrocessione, ci furono circa 30 mila spettatori. Mi piace sottolineare che questi sono episodi che succedono anche in Italia, mentre spesso viene troppo idolatrato il calcio inglese".
Ai tempi, però, c'era molta meno copertura televisiva. "La tv ha portato via dagli stadi un po' di gente, ma allo stesso tempo dà la possibilità di seguire più facilmente la propria squadra del cuore".
Dopo Bari, sostanzialmente tre squadre in tre anni e qualcuno che inizia a storcere forse troppo il naso. Come furono quelle stagioni? "Nonostante quanto si possa immagine o dedurre dai numeri di quella stagione, il primo anno con la Lazio fu straordinario. Arrivammo quarti in classifica grazie ad un girone di ritorno incredibile; sotto la guida di Zoff diventai titolare e alla fine segnai gli stessi gol di Casiraghi, che era l'attaccante titolare. Realizzai anche la rete al 91' per il pareggio contro la Roma, che sappiamo cosa voglia dire. Anche Napoli è una città che mi è rimasta nel cuore, nonostante per me fu un'annata calcisticamente negativa. I tifosi si sono molto affezionati a me, lo dimostra il fatto che tuttora ricevo molte telefonate da Napoli; i tifosi sono la parte migliore del calcio".
La sua carriera era quasi all'epilogo, mancava solo un tassello. "Tornare a Livorno era un sogno che si realizzava, ci pensavo da quando me n'ero andato via undici anni prima; ero convinto di poter fare qualcosa di buono. Il mio obiettivo assoluto era quello di portare il Livorno in Serie B, me lo chiedevano i tifosi così come me lo avevano chiesto nell'88. Poi arrivò addirittura la Serie A: anche solo sognare una cosa del genere sarebbe stato impossibile".
In quegli anni formò anche una coppia d'attacco sensazionale con Cristiano Lucarelli; cosa ci può raccontare di lui? "Cristiano è un amico, abbiamo un ottimo rapporto e stiamo facendo attualmente il corso a Coverciano insieme. Subito abbiamo condiviso la passione per la maglia e per la città. Ovviamente ognuno ha il suo carattere e diversi punti di vista, ma ci piace sempre confrontarci".
Non più giovanissimo, a Livorno riuscì a vincere altre tre volte il titolo di capocannoniere. Un sempreverde come lo è adesso Antonio Di Natale; si rivede un po' in lui? "Per me lui è uno dei più grandi fuoriclasse degli ultimi anni. Nel suo muoversi in campo e nelle sue giocate mi ci sono immediatamente rivisto. Lui ha un bagaglio tecnico incredibile, che posso tranquillamente paragonare a Maradona o a Messi".
Anche lui ha avuto un processo di maturazione dilazionato nel tempo; adesso invece si tende a dare spazio subito ai giovani anche se un po' acerbi. "E' una delle evoluzioni del mondo del calcio, che per molti versi va avanti in peggio anziché in meglio. Mi ricordo quando ero io un ragazzino: solo per poter essere considerato calciatore dovevi fare tanti anni da professionista. Adesso bastano poche partite e non è un bene per i ragazzi, perché c'è poca crescita".
Come andò l'episodio della maglia 10 ritirata e poi rimessa a disposizione? "Dissi a suo tempo quello che ha spiegato anche Del Piero quest'anno. Il numero 10 mi era stato regalato e mi riempiva di orgoglio perché lo sentivo mio. Per me non era giusto che il 10 del Livorno non ci fosse più, era ingiusto verso i ragazzini che crescevano col sogno di indossare quella maglia".
Però a Livorno è diventato quasi un'istituzione, tanto da meritarsi la cittadinanza onoraria. "Nello stesso anno ho ricevuto quella di Livorno e di Bari. Se è meritata o no, non sta a me dirlo. Io posso affermare di essere orgoglioso e onorato di averla ricevuta; sono due città che sento mie e alle quali sono molto legato".
Nell'arco dei tanti anni passati in tutte le categorie, quali sfide ricorda come le più calde, per la città e per i tifosi? "Sicuramente ci sono i derby, come Livorno-Pisa, Bari- Lecce e Roma-Lazio. Molto calda e sentitissima è anche la sfida fra Napoli e Juventus".
E adesso una nuova esperienza, che nasce dal corso di Coverciano. Quando ha smesso aveva già pensato di poter diventare allenatore? "L'anno scorso ho preso il patentino di base. Lo faccio soprattutto per acquisire esperienza e più conoscenze possibili. Forse c'è anche la possibilità di diventare allenatore. Quando ho smesso decisi di allontanarmi per un po' dal calcio; adesso mi è tornata la voglia".
Ci ha raccontato di molti sogni realizzati nella sua carriera. Per quanto riguarda la panchina, quale sarebbe la meta più desiderata? "Bella domanda (ride). Direi una squadra nella quale ho giocato da calciatore..."
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