Giancarlo Oddi ricorda Chinaglia: "Stento a crederci per me era immortale"
Redazione TMW.
Per chi come me non ha potuto vivere in prima persona le gesta di un campione come Giorgio Chinaglia, non si può far altro che ascoltare i racconti degli "anziani", di chi ha vissuto quell'epoca e di chi ha potuto gioire e urlare per le reti di Long John. Se fosse ancora vivo, potrei andare a chiedere a mio nonno, laziale purosangue, di raccontarmi ancora una volta cosa significasse per lui Chinaglia, un nome che andava oltre il calciatore, una parola che al suo interno racchiudeva tutto il concetto di lazialità. Restano ricordi un po' sbiaditi, mio nonno mi ha lasciato troppo presto, ma nonostante questo, a tratti ricompare sulla sua poltrona davanti alla finestra, mentre mi faceva cantare l'inno della prima squadra della Capitale e mi raccontava di quella grande Lazio del '74, quella che con un condottiero come Chinaglia, contro tutto e tutti riuscì a regalargli il sogno più bello. Nonostante l'assenza del mio più grande mentore su ciò che è stata la Lazio prima della mia nascita, in questi giorni ho avuto modo di conoscere Giorgio Chinaglia in tutte le sfaccettature attraverso i racconti di chi l'ha conosciuto veramente, di chi è stato suo amico, di chi gli ha voluto bene come un fratello. Tanti i ricordi che si sono succeduti in questi giorni e ad ascoltarli tutti è praticamente impossibile arginare l'inesorabile discesa delle lacrime anche per chi quell'immenso campione non ha potuto conoscerlo.
A tratti straziante, il ricordo di un amico fraterno come Giancarlo Oddi, uno con il quale Giorgio Chinaglia è rimasto costantemente in contatto. Loro due si sentivano ogni settimana per commentare le partite della loro Lazio ma, ironia della sorte, dopo la partita di Parma l'appuntamento era stato rimandato come racconta Oddi ai microfoni di Radiosei: «Mi sono arrabbiato perché avrei dovuto chiamarlo come sempre dopo ogni partita, poi mi sono fermato a parlare con alcune persone, si è fatto tardi e non l'ho più chiamato. E pensare che qualche giorno prima ci avevo anche giocato su questa maledetta malattia, gli avevo detto "mica te ne andrai prima che ci rivediamo?" e lui mi rispondeva ridendo ma io sentivo che faticava, che c'era qualcosa che non andava. D'altra parte quando parlavi con lui e gli chiedevi qualsiasi cosa lui ti rispondeva "va tutto bene". Anche se stava a morire di fame ti diceva che era ciccione e che stava bene. Domenica ero fuori il cane e stavo per chiamarlo, poi invece mi ha chiamato Zappulla per darmi la notizia. Sapevo del problema, ma quando mi hanno detto che era uscito dall'ospedale ero tranquillo perché in America sono attenti a queste cose. Se uno esce dall'ospedale significa che la cosa non è grave. Non credevo fosse possibile una cosa del genere, abbiamo anche pensato che fosse uno scherzo inizialmente visto che era il 1° aprile, ma poi mi sono messo in contatto con Pino, abbiamo chiamato il figlio che piangendo ci ha raccontato tutto».
Altra pausa, riprendiamo un attimo il fiato, Oddi ricomincia a descrivere il Chinaglia uomo, il Chinaglia vero che si è sempre distinto per la sua genuinità e la sua irriverenza: «Per me era un fratello, abbiamo fatto il militare insieme e ci siamo conosciuti lì. Per me era immortale, l'ho sempre visto troppo forte come giocatore, non aveva mai paura di niente. Insieme a lui abbiamo avuto delle scaramucce con tanta gente e lui non aveva paura di nulla. Ogni tanto gli dicevamo, quando ti danno i calci buttati per terra, ma per lui era un disonore cadere. Non mi ha mai deluso, ancora non ci credo che sia morto nonostante continui a telefonare a Anthony per sapere quando verrà fatto il funerale e tutto il resto. Mi sembra incredibile che Giorgio ci abbia lasciato». Troppi i ricordi vissuti insieme per raccontarli tutti, allora purtroppo ci si vede limitare a quelli un po' più particolari, quelli che descrivono ancora una volta l'uomo in tutte le sue sfaccettature, ricordi che non smetteremmo mai di ascoltare: «Ci sono stato in camera per 3-4 anni, abbiamo fatto tante di quelle cose insieme in campo e fuori. Siamo stati molto insieme, con le famiglie con tutti, da soli. Mi ricordo tutto, adesso specialmente mi ricordo ancora di più. Quando giocavamo a carte ad esempio. Siamo stati un anno intero a giocarci una macchina. Lui la perdeva, poi in un'ora mi levava 50.000 lire. A fine hanno contavamo e chi perdeva pagare. Lui a fine anno mi doveva dare 2,8 milioni, mi doveva lasciare la macchina. Siccome avevamo avuto un problema, l'ultimo giorno di ritiro lì a Bologna, Maestrelli ci ha fatto fare pace. Allora abbiamo giocato di nuovo, si è ripreso la macchina e gli ho dovuto dare pure 50.000, e se li è presi il maiale». Ci scherza su, quasi per esorcizzare una tristezza immane che si fatica a nascondere ma che lui, Giorgione, avrebbe messo da parte con la sua guasconeria, come quella fatta vedere a Oddi al loro "primo incontro": «Quando facevamo il militare, eravamo andati insieme a prendere da bere da un amico pizzicarolo con le bevande. Non potete immaginare quanto era grosso quando faceva il militare. A un certo punto mi fa "senti mi fai un favore, mi vai a prendere un'aranciata? Poi pago io". Io sono andato a prendere questa aranciata, gliela ho portata e ho pensato "ora me ne offrirà un goccetto". Si è attaccato a questa aranciata e se l'è finita. Gli ho detto "grazie eh". Questo è il primo contatto che ho avuto con Giorgio. Poi è venuto alla Lazio e quasi non lo riconoscevo, era la metà. È stato un fratello per me, ogni volta che ci parlavo gli chiedevo quando sarebbe tornato in Italia. Io credo che anche questo qualche scossa gliela abbia data. Gli affetti che aveva qua non poteva averli in America, qualcosa l'ha patita sotto questo punti di vista».
Infine, impossibile non parlare della brutta vicenda della sua presidenza alla Lazio, ma Oddi è pronto a giurare che si trattò solamente di qualcosa che non è dipeso dall'amico: «Lui non avrebbe mai tradito i tifosi, il tifoso per lui era l'unica persona da rispettare. Lo ha fatto da giocatore, da presidente. Ogni volta che gli parlavo gli dicevo "mi raccomando eh", e lui rispondeva sempre "tutto apposto, è tutto regolare"». Purtroppo non è andata così bene e un rammarico grosso è quello si non aver mai ricevuto una lettera chiarificatrice su tutto ciò che successe: «Non l'ha fatto con cattiveria. Giorgio era così, quando è morta mia madre mi ha telefonato per dirmi "Giancarlo mi dispiace" e poi ha attaccato. Certe cose non sapeva farle perché non ne era capace. L'ho conosciuto in tutto e per tutto. Le persone che più rispettava erano i tifosi, lui si è sentito una merda davanti a loro e per questo non è riuscito a scrivere nemmeno una lettera. Era troppo buono e generoso, tutto questo l'ha portato ad andare incontro a certe cose più grandi di lui. Diceva sempre "va tutto bene, ci penso io", non ci è riuscito e si è sentito sconfitto davanti ai suoi tifosi. Lui voleva bene solo ai tifosi, guai se si azzardavano a parlare male dei tifosi della Lazio quando andavamo in giro. Per le altre cose bisognava essere dentro, forse fossi stato a Roma avrei potuto dargli una mano. Se lui ha sbagliato, lo ha fatto sicuramente in buona fede. Lui sapeva di aver sbagliato, ma ti posso giurare su quello che più di buono ho al mondo che lui mai avrebbe tradito la fiducia dei tifosi. A parte il fatto che ci chiamavamo sempre dopo ogni partita per sapere il risultato, parlavamo sempre della Lazio. Uno che sta in Florida, ma che cosa gliene deve fregare della Lazio? Era un massacro, mi ha massacrato il cervello. Lui sa che ha sbagliato, l'unica cosa che posso assicurarvi è che l'ha fatto senza volerlo».




