Yilmaz e i turchi in A: dalla saudade di Sukur ai capelli di Umit
Gaetano Mocciaro
Burak Yilmaz è a un passo dalla Lazio. Il giocatore sembra aver rotto gli indugi, la concorrenza delle squadre inglesi è sbaragliata e il turco sta per diventare il nuovo centravanti dei biancocelesti, che necessitano di ricambi in un ruolo che può a malapena contare sui "vecchietti" Miro Klose e Tommaso Rocchi.
Il curriculum in Patria è di tutto rispetto, almeno negli ultimi anni dove ha iniziato a segnare a valanga con la maglia del Trabzonspor. Prima, un'occasione bucata con una grande del calcio turco: il Besiktas. Appena 5 gol in 30 partite, troppo acerbo per un salto del genere, forse. Ora la maturità e piena e anche in Nazionale stanno arrivando i primi gol. Eppure le incognite che accompagnano questo acquisto non mancano, sia perché quella a Roma sarà la prima esperienza internazionale, sia perché il recente passato non ha detto bene a chi, dalla Turchia, si è mosso verso l'Italia.
Facciamo un passo indietro di 17 anni: estate 1995, il Torino di Gianmarco Calleri si è salvato in una stagione particolarmente difficile per il club granata, rivoluzionato e ridimensionato dopo aver rischiato il fallimento. Le reti di Rizzitelli, i guizzi di Abedi Pelé e le volate sulla fascia di Angloma sono il punto di partenza per una stagione, quella 1995/96, che dovrebbe essere quella della maturazione. Ad affiancare Rizzitelli, 19 reti nella stagione precedente, arriva il miglior bomnber turco in circolazione: Hakan Sukur. Nella prima esperienza si fa semplicemente chiamare "Hakan" e il suo palmarés all'epoca recita due campionati turchi vinti e 54 reti in 3 stagioni al Galatasaray. Lui sin dall'inizio fatica ad adattarsi, è già saudade in precampionato, tuttavia Hakan, numero 9 sulle spalle, alla prima gara casalinga contro il Bari fa centro: un'incornata che gonfia la rete e contribuisce al primo successo di quel Toro in campionato. Ma è solo un fuoco di paglia, lo stesso giocatore non fa nulla per nascondere il suo malumore, il suo totale mancato adattamento. Si sposa per non restare solo nell'avventura italiana, non impara la lingua e rinnega, udite udite, persino il cibo, esternando come gli mancasse: "La polpetta di Sakarya", specialità del suo Paese. La nostalgia prevale su tutto: 5 partite sono sufficienti per chiedere e ottenere il ritorno al Galatasaray, dove tornerà a segnare a raffica e contribuire allo storico successo in Coppa Uefa nel 2000, primo club turco a vincere un trofeo internazionale. Ora Hakan, per tutti stavolta Hakan Sukur, è pronto a rigiocarsi le sue carte in Italia, a prendersi una rivincita, a far capire di non essere solo profeta in patria: lo acquista l'Inter che nel frattempo dovrà fare a meno per un anno del fenomeno Ronaldo. Stavolta resiste tutta la stagione, ma lo score non é un granché: appena 5 gol segnati in 24 partite, con la ciliegina, però, del gran gol al Milan in un derby che finirà 2-2. La prova d'appello è a Parma la stagione successiva, ma nemmeno nella tranquilla Emilia le cose vanno meglio: 3 gol in 15 partite. E' l'ultima tappa italiana prima di provare l'esperienza inglese al Blackburn e tornare poi ancora al Galatasaray.
E gli altri? Siamo agli anni 2000 e proprio sulla scia del grande Galatasaray vincente in Uefa propongono campioncini dalla terra turca, che in quel periodo sta vivendo uno dei momenti migliori della storia (da ricordare i quarti di finale a Euro 2000 e il terzo posto ai mondiali nippo-coreani due anni dopo). Così arrivano Emre Belozoglu e Okan Buruk all'Inter e Umit Davala al Milan. Ad avere maggior fortuna, dei tre, è Emre, che all'Inter resta 4 anni, gioca più o meno titolare e quando meno te l'aspettavi tirava fuori il coniglio da cilindro: una partita su tutte Lazio-Inter 3-3 in cui il fantasista segna due gol da favola, prima con un tocco sotto di sinistro da fuori area a scavalcare il portiere, poi con un colpo di precisione ancora dalla distanza a finire nell'angolino più lontano. Lascia l'Inter giusto in tempo per vincere la Coppa Italia del 2005, il primo di una lunga serie di successi della squadra allora allenata da Roberto Mancini.
Meno fortunata l'esperienza di Okan Buruk, trottolino generoso che in nerazzurro vive tre stagioni da comparsa: 22 presenze in tutto. Nel 2001, infine, arriva Umit Davala, fortemente voluto da Fatih Terim, insediatosi sulla panchina rossonera in quell'estate. Finché l'"Imperatore" resta in sella per Umit c'è anche spazio per giocare e neanche troppo male. L'arrivo di Carlo Ancelotti in panchina da novembre chiude le porte a Umit, che finirà con appena 10 presenze in campionato l'avventura rossonera, per passare, solo come cartellino, all'Inter. Già, perché di fatto i nerazzurri non punteranno mai su di lui, prestandolo prima al Galatasaray, poi al Werder Brema, infine lasciandolo definitivamente in Germania. In mezzo il giocatore si toglierà una soddisfazione: un mondiale, quello del 2002, da protagonista (suo il gol decisivo agli ottavi di finale contro i padroni di casa del Giappone) e l'aver lanciato proprio nella rassegna iridata la moda dei capelli alla mohicana, di bruttezza inferiore solamente al taglio di capelli a mezzaluna di Ronaldo, proprio in quel mondiale.




