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Antonelli: "Tinti, Pozzo, Sartori e Marino: tutte persone che stimo moltissimo"

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Chiara Biondini
giovedì 15 agosto 2013, 10:072013
autore Chiara Biondini
15.08.2013 10:072013
Il percorso professionale di Stefano Antonelli raccontato fra trattative, amici e calciatori
FotoTUTTOmercatoWEB
© foto di Federico De Luca 2013

Sole, mare e calciomercato. "Mi sento un privilegiato, faccio parte di un mondo che inebria le fantasie di tutti gli italiani". In quel di Castiglioncello Stefano Antonelli comincia così la sua lunga chiacchierata con Tutto MercatoWeb. Il direttore sportivo del Siena ha una storia tutta da raccontare. Da procuratore a direttore sportivo. Una vita nel pallone. "Faccio il lavoro che ho sempre voluto fare. Ho una famiglia con moglie e due figli, quando posso - continua Antonelli - dedico tempo a loro perché spesso con il lavoro che facciamo siamo assenti ingiustificati. Ma faccio quello che desidero e mi sento fortunato".

Come si è avvicinato al calcio?
"Fin da quando ero piccolo ho avuto come riferimento di un mondo straordinario del calcio Gigi Riva, che frequentava il ristorante di mio padre. Mi sono avvicinato al mondo vero del calcio grazie a lui, anche se penso che se leggesse queste parole non sarebbe contento".

Perché?
"Mi ha sempre detto che il calcio era un mondo in cui non dovevo affacciarmi da protagonista ma avrei dovuto viverlo da esterno. E invece mi ha avvicinato al mondo del calcio che conta. Ho vissuto esperienze che ogni bambino avrebbe voluto vivere: gli Europei in Germania, il Mondiale in Italia. I protagonisti, quelli veri, li ho vissuti attraverso lui. Per me il giocatore non è mai stato il mito da inseguire, ma un ragazzo come tutti gli altri: fortunato perché faceva uno sport che gli consentiva di guadagnare tanto, ma una persona normale. Poi l'evoluzione delle cose ha voluto che nel 1993 nascesse un'amicizia importante con Roberto Di Matteo".

Amicizia che poi sfociò in rapporto di lavoro...
"Nel 1994 mi chiese di poter gestire i suoi interessi. Andò al Chelsea. Ma già nel 1991 accadde qualcosa di importante: ero in vacanza con Lentini, lo voleva il Milan, fu un'operazione di mercato clamorosa. E io assistetti alle telefonate, lì cominciai a capire la psicologia del calciatore".

Com'è oggi il suo rapporto con Gigi Riva?
"Non lo vedo da tanto. Ma quando l'ho rivisto da operatore di calcio non c'è più stato quel rapporto confidenziale di tanti anni fa. Nel momento in cui sono entrato ufficialmente a far parte di questo mondo il rapporto è un po' cambiato".


Antonelli procuratore: l'operazione più bella?
"Sono tutte belle. Poche trattative nascono e si concludono in una giornata. Il primo contratto discusso per Di Matteo al Chelsea è stato qualcosa di straordinario. Per un neo agente andare a trattare il contratto di un calciatore come Roberto Di Matteo mi dava grande senso di responsabilità. Un'operazione che invece sembrava impossibile era quella di Muzzi dall'Udinese alla Lazio, i motivi erano tanti: era una trattativa che non voleva mai concludersi, c'era sempre qualcosa che non andava. Lì ho imparato che nel calcio quando le cose sembrano impossibili devi tirare fuori da dentro di te qualcosa che possa riaprire tutto. Lì mi sono messo alla prova, la ricordo come un'esperienza importante che mi ha dato tanto".

Il suo rapporto con gli altri agenti, all'epoca?
"Sono stati più i giocatori che mi sono stati sottratti che quelli presi agli altri. Il mondo del calcio è altamente concorrenziale, non si può essere tutti amici. Se faccio un conto del dare/ avere forse ho più ceduto che preso. Venivo avvicinato da tanti colleghi, magari anche più famosi. Perché la mia forza era avere un rapporto di amicizia con alcuni calciatori. Quando sono entrato ufficialmente nel calcio con Di Matteo in tanti mi hanno avvicinato".

L'agente con cui ha legato di più?
"Cercare i rapporti puliti nel calcio è difficile. Ma faccio un nome su tutti: l'avvocato Fulvio Marrucco, con cui ho anche collaborato. Ancora oggi, oltre ad avere grande stima di lui, l'amicizia è rimasta disinteressata. Ho un ottimo rapporto anche con Tullio Tinti, che quando facevo il procuratore era un punto di arrivo: lo vedevo come il re di questo mondo. Poi ci sono altri ex colleghi con cui il rapporto non è mai nato".

Un nome: Alessandro Moggi. Cosa le viene in mente?
"So dove vuoi arrivare: ho avuto dei problemi con un certo tipo di mondo, che rispetto ma poi non ho condiviso i metodi. Sono stato uno di quelli che ha reagito ad un certo tipo di sistema, non porto rancore verso Alessandro Moggi. Fare guerre inutili non serve a nessuno, quello per me è stato un momento storico. Ero la parte lesa di un certo tipo di sistema, ma il filo tra essere parte lesa ed indagata è molto sottile. Sono contento che tutto si sia risolto nel miglior modo possibile. Oggi auguro le migliori fortune ad Alessandro Moggi e a chi erano i miei competitor dell'epoca. Non ho mai fatto guerre. Anzi, esortavo sempre ad un chiarimento pacifico che però non arrivava mai".

Il suo rapporto, oggi, con Alessandro Moggi?
"Ho avuto diversi giocatori di Alessandro Moggi, non ho mai pensato al procuratore ma al calciatore. Probabilmente delle trattative le ho fatte attraverso miei collaboratori, ma non perché non volessi fare le operazioni in prima persona. Forse perché dall'altra parte c'era un po' di astio nei miei confronti, che spero il tempo riesca a ridimensionare. Oggi mi sento sereno dentro, realizzato nel mio mondo, dove non vedo concorrenzialità. Tra gli agenti il conflitto c'è, oggi devi pensare a dare il tuo servizio alla proprietà. Prima da procuratore la domenica vincevi sempre, da direttore sportivo concepisci la domenica in maniera diversa".

Se incontrasse adesso Alessandro Moggi?
"Ho provato tante volte ad approcciarmi a lui creando mille situazioni per parlare con lui. Oggi non dipenderebbe assolutamente da me. Non pretendo che nasca chissà quale tipo di amicizia, ma non avrei problemi ad intraprendere un rapporto professionale".

Da procuratore a direttore sportivo: come cambia la sua vita professionale?
"Una situazione che nasce spontaneamente. Dal punto di vista economico non c'è partita: quando hai tanti giocatori in serie A hai dei guadagni che non possono prevedere un cambio di attività in questo mondo. Da dirigente per quanto tu possa essere bravo non hai i guadagni di un procuratore che è al vertice. Ho sempre sentito dentro di me la voglia di costruire, programmare. Da procuratore a dirigente fai un salto incredibile dal punto di vista delle responsabilità e di concetto: quando fai l'agente sei padrone di te stesso, nel bene e nel male. Da dirigente invece sei un dipendente e devi metabolizzare nel miglior modo possibile questa situazione. Il mio primo approccio è stato nel 2004, ad Ascoli come consulente del presidente Benigni. Era l'anno di Marco Giampaolo in panchina. Arrivo lì a novembre, la squadra riesce a fare i playoff contro il Torino. Per una serie di circostanze l'Ascoli viene ripescato in serie A e io da quel meccanismo non sono più uscito. Nel 2007 Cairo mi propone di far parte di una società storica come il Torino: prima di accettare ci ho pensato tanto, era una decisione incredibilmente importante. Ma ancora oggi, a distanza di sei anni, non rinnego niente: non tornerei indietro, questa è l'attività che sento più mia".

Il suo modello da direttore sportivo?
"Sono sempre stato, nel bene e nel male, responsabile di tutto ciò che ho fatto. Ma gli anni da consulente all'Udinese però mi sono serviti per capire tante cose, quel mondo mi ha pulito dal vecchio status di agente. L'Udinese mi ha insegnato tanto, la Famiglia Pozzo è una palestra importante nel mondo del calcio. Gino Pozzo è stato un riferimento importante, poi apprezzo molto Giovanni Sartori, con cui è nata una bella amicizia. E citerei anche Pierpaolo Marino, che mi ha aiutato molto e gratificato".

L'operazione che l'ha gratificata di più?
"Parto da Ascoli: prendo Guana e tutti sono scettici, dopo un anno la società incassa 3,5 milioni dal Palermo. A Torino prendiamo Grella a parametro zero, dopo undici mesi lo vendiamo a poco più di 5 milioni. All'Udinese prendemmo costruire, programmare. Da procuratore a dirigente fai un salto incredibile dal punto di vista delle responsabilità e di concetto: quando fai l'agente sei padrone di te stesso, nel bene e nel male. Da dirigente invece sei un dipendente e devi metabolizzare nel miglior modo possibile questa situazione. Il mio primo approccio è stato nel 2004, ad Ascoli come consulente del presidente Benigni. Era l'anno di Marco Giampaolo in panchina. Arrivo lì a novembre, la squadra riesce a fare i playoff contro il Torino. Per una serie di circostanze l'Ascoli viene ripescato in serie A e io da quel meccanismo non sono più uscito. Nel 2007 Cairo mi propone di far parte di una società storica come il Torino: prima di accettare ci ho pensato tanto, era una decisione incredibilmente importante. Ma ancora oggi, a distanza di sei anni, non rinnego niente: non tornerei indietro, questa è l'attività che sento più mia".

"Inler ad 850.000 euro, poi fu rivenduto a circa 15 milioni. Mentre, per quanto riguarda le operazioni recenti, mi piace ricordare Neto che crescerà ancora. Ed Emeghara. Chi invece ha qualità pazzesche e può solo migliorare è Larrondo, che durante la settimana interpreta il calcio con qualità e forza. È un giocatore completo, quello che vedo in lui difficilmente l'ho visto in altri". Direttori sportivi del domani: chi le giovani leve su cui puntare? "Il ruolo di direttore sportivo ha avuto una serie di evoluzioni, che dipendono sempre dai presidenti. C'è stato un momento in cui il ds veniva bypassato, i presidenti avevano come riferimenti alcuni procuratori. Questo è stato un momento brutto. Oggi il direttore sportivo è di nuovo operativo, ha il suo ruolo ben definito di nuovo. Anche se quello che mi auguro è che vengano riviste le regole. Della nuova generazione stimo molto Fabio Paratici, Riccardo Bigon, Sean Sogliano, Igli Tare che sta facendo un grandissimo lavoro in una realtà come la Lazio e Luca Cattani che ha avuto una crescita importantissima: conosce il calcio, sa comportarsi, muoversi e coltivare rapporti per approcciare ad una trattativa".

Il suo rapporto con la stampa?
"Fantastico. Mai avuto un problema, tranne una volta a Torino con un giornalista con cui non è mai sbocciato il rapporto. Ho sempre pensato che se accetto il colloquio con un giornalista devo farlo perché ho qualcosa da dire. Altrimenti evito un'intervista. La stampa è parte integrante di questo mondo, un movimento interno. Non possiamo pensare che la stampa sia da evitare o che ci annoi. Tutti sappiamo che la comunicazione è vitale. Anzi, spesso ne abbiamo bisogno per tante attività che facciamo. Poi è normale avere un rapporto migliore con un giornalista piuttosto che un altro".

Antonelli extra calcio: i suoi hobby?
"Tanti. Ma su tutti la famiglia, a cui mi rimprovero di dedicarle poco tempo. È al primo posto. Con mia moglie e i miei figli abbiamo degli spazi tutti nostri, magari delle vacanze da goderci in tranquillità. Mi piace anche stare insieme agli amici di sempre, quelli che ti conoscono come Stefano Antonelli loro amico di vecchia data e non come operatore del calcio. Sono una persona normale".

La sua prossima vacanza?
"Non ci ho ancora pensato. Oggi penso al Siena dove rimango perché sto veramente bene".

Antonelli fuori dal calcio: come s'immagina?
"Non riesco ad immaginarmi fuori dal calcio, penso al domani sempre in questo mondo. Se non fossi entrato nel calcio però, avrei fatto il dentista. Sono un operatore di calcio estirpato al mondo odontoiatrico".

Fonte: di Alessio Alaimo per TMWmagazine