TMWMagazine - D'Ippolito: mercato senza frontiere
Chiara Biondini
Vincenzo D'Ippolito per la rubrica "i Re del mercato", ha aperto le porte della sua abitazione a Roma, per raccontare la sua storia nel mondo del calcio al mensile TMWmagazine.
La location è di quelle importanti, o per meglio dire impressionanti. Vincenzo D'Ippolito ci apre le porte della sua abitazione a Roma, che come contorno ha il quartiere Parioli e con lo sguardo punta dritta sulla vallata che si estende a nord della Capitale. A pochi passi, la splendida Villa Ada e le prime insenature romane del Tevere. "Sono romano di adozione ma salentino di nascita", ci tiene a precisare D'Ippolito. "Mi sono trasferito qua da bambino e ci sono stato fino a 24 anni, poi gli studi mi hanno portato a Teramo, dove mi sono laureato in Giurisprudenza e ho svolto il praticantato per diventare avvocato".
La carriera giuridica, però, a quanto pare non faceva per lei... "Quasi per caso ho avuto l'opportunità di entrare nel mondo del calcio e da quel momento non ne sono più uscito. I miei studi mi aiutano nel lavoro di agente, ma diciamo che non sono fondamentali". Ci racconta il primo incontro col mondo del pallone? "Fu davvero casuale. Era il 1988, io stavo iniziando la carriera da avvocato quando un giorno ricevetti una chiamata da Vincenzo Rodia, un calciatore dell'Ascoli amico di famiglia. Gli serviva una consulenza per un contratto. Da qui è partito tutto".
All'inizio il suo mentore fu un certo Antonio Calendo. Com'era lavorare con lui? "Con Ascari e Krausz ci mettemmo a lavorare nell'agenzia di Caliendo, il primo procuratore della storia del calcio. Iniziai con alcune procure dei giocatori del Lecce, fra cui ricordo su tutti un giovanissimo Antonio Conte, ma anche Petrachi, Moriero e Morello".
Come inizio non c'è male. Poi che successe? "Decisi di staccarmi da Caliendo per iniziare una carriera autonoma. Avevo 23 procure quando mi separai da Antonio: ai ragazzi che stavo seguendo lasciai libera scelta se continuare direttamente con me o se restare nella scuderia di Caliendo. In 21 continuarono a darmi fiducia".
Quali erano, e quali sono tuttora, i requisiti che cerca nei suoi assistiti? "Ho uno stile di lavoro tutto mio: non mi piace seguire le squadre Primavera, c'è troppo affollamento. Preferisco andare a scovare le potenzialità nelle serie minori. Già nei primi anni andavo a seguire le gare di serie C1 e C2, il talento esiste anche lì e certamente si può lavorare con più tranquillità. Tecnicamente, comunque, credo sia essenziale la rapidità per giocare in Italia, e soprattutto devo conoscere personalmente il giocatore. Da questo punto di vista, devo dire che uno come Laxalt mi ha davvero fatto una buona impressione".
Ci faccia qualche nome... "Leonardo Colucci: lo scovai al Cerignola. E poi Cristian Bucchi. Lo vidi che giocava in Eccellenza, pensate che l'anno successivo passò al Perugia di Gaucci in serie A. Fu un bel salto per il ragazzo. Poi ricordo con piacere Giampaolo, Zaini e Flavio Destro, il padre di Mattia. Ma la lista sarebbe davvero lunga: Di Liso, Fresi, Nappi...". Solo "prodotti nostrani", ci sembra di capire. "Fino al 1996 si. In quell'anno feci la prima trattativa con l'estero. Fu davvero particolare: stavo seguendo la Coppa d'Africa e sapevo che la Lazio stava cercando un difensore centrale. Chiamai il direttore Nello Governato e gli dissi di accendere TMC per seguire la diretta della gara del Sudafrica, c'era un giocatore interessante. Al fischio finale mi chiamò e mi disse di trattare l'acquisto di Mark Fish". Cosa ci fu di particolare in questa trattativa? "Fu complicata ma tutto si concretizzò al meglio. Trattai il giocatore col presidente degli Orlando Pirates nel casinò di Johannesburg, mentre giocava alla roulette. Alla fine l'operazione andò in porto e fu la prima trattativa di un club italiano con uno africano".
Lei però non è stato solo il primo a condurre una trattativa fra Italia ed Africa... "I mesi fra il 1999 ed il 2000 furono quelli che segnarono lo spartiacque della mia carriera. Portai in Italia il primo honduregno della storia: David Suazo. Lo proposi a 3-4 società di serie A, alla fine la spuntò il Cagliari. Con quell'operazione spostai l'attenzione sui paesi sudamericani non ancora battuti come appunto l'Honduras".
In termini pratici, come cambiò il suo lavoro nella quotidianità? "Alla fine degli '90 la mia società aveva in procura circa 90 giocatori, il che significava dover seguire quotidianamente tutte le necessità di ognuno di loro. Decisi così di limitare il numero dei miei assistiti, anche perché in Italia diventavano ogni giorno di più gli agenti che intraprendevano la carriera di procuratore. In sostanza ho cambiato un po' la filosofia di lavoro. In passato ero un agente nel vero senso della parola, oggi mi sento più uno scout che fa da intermediario nei trasferimenti dei giocatori. E' stata una scelta di cambiamento voluta".
Come fa un agente a proporre dei giocatori perlopiù sconosciuti alle società italiane? "Vado spesso in Sudamerica. Prima viaggiavo con le valigie piene di vhs, oggi è tutto logisticamente più semplice grazie ai dvd e alle soprattutto alle email".
D'accordo il Sudamerica. Ma più precisamente quali sono i paesi in cui preferisce operare? "Ho sempre amato i giocatori uruguayani. Ho iniziato con loro e con quelli dell'Honduras, appunto. Oltre a Suazo portai in Italia anche Leòn. Poi Argentina e ultimamente ho allacciato contatti anche in Paraguay".
Il tanto osannato Brasile non le interessa? "In Brasile certamente c'è molta qualità, ma i prezzi del mercato verdeoro sono altissimi, quindi preferisco trovare le potenzialità negli altri paesi dove le spese per un giocatore sono molto più contenute e spesso la qualità è invariata". Voliamo idealmente in Uruguay, il paese col quale ha lavorato di più nel corso degli anni. "All'inizio non fu per niente semplice. Il mercato era chiuso e il 90% dei giocatori era seguito da Paco Casal. La mia figura, almeno inizialmente, non era affatto ben vista da quelle parti. Poi piano piano ho saputo farmi largo e adesso ho molti rapporti con le maggiori squadre del paese: Liverpool, Defensor, Penarol. Il problema inizialmente era l'impossibilità di portare giocatori in Italia senza passare da Casal. Con un po' di testardaggine ce la feci a fare alcune operazioni, ed in pratica detti il via ad una sorta di liberalizzazione del mercato uruguayano".
Ci spieghi meglio. Qualche nome che ha portato in Italia? "Bhè, il primo è sicuramente Cavani...". Prego. Ci racconti l'arrivo del Matador... "Avevo buoni rapporti col Danubio. Era il settembre del 2006. Feci una prima riunione col club senza nessuna squadra dietro e ottenni il mandato per venderlo in Italia. Cominciai a proporlo alle squadre di serie A nel novembre dello stesso anno ad una cifra davvero bassa, ma ricevetti tutte risposte negative. A gennaio 2007 giocò il Mondiale under 20 e si mise in mostra agli occhi dell'Europa, ma il suo prezzo lievitò di parecchio. A quel punto, gli ultimi giorni di mercato, il Palermo fece una buona offerta e Cavani sbarcò in serie A. Ebbi anche problemi col Danubio, che non voleva riconoscere il mio lavoro, ma una sentenza del Tas di Losanna datata 5 ottobre 2012 mi da ragione al 100%".
Come arrivò a scoprire Cavani? "Collaboravo con un agente peruviano che operava in Uruguay. Il nostro rapporto, però, si è interrotto nel giugno 2011. Abbiamo avuto dei dissidi e non operiamo più insieme. Adesso lavoro autonomamente con l'Uruguay e negli ultimi due anni ho portato 7 giocatori". Insieme al suo ex collaboratore però avete concluso molti affari... "Oltre a Cavani, abbiamo portato in Italia gente come Ramirez, Hernandez e Gargano". A proposito di Ramirez: un altro talento fuggito dalla serie A? "Dico solo che se fossi stato il suo agente mai l'avrei mandato a giocare al Southampton. Lui merita un top club europeo".
Restiamo in Uruguay. Diego Polenta: c'era davvero il Barcellona? "Eccome se c'era. Ho ancora in un cassetto la proposta ufficiale dei blaugrana: prestito oneroso con diritto di riscatto. Il Genoa alzò le pretese all'ultimo, quando tutto sembrava fatto. Zubizarreta mi chiamò e si tirò indietro". Altro biglietto aereo. Atterriamo in Honduras. "Oltre a Suazo ho portato Leòn. Lo vidi a Puerto Cortez, era un "utilero" della squadra, una specie di tuttofare. Un giorno c'era una partita e mancava un giocatore. Presero lui e da quel momento non ha più abbandonato i campi. Pensate che fu vicinissimo alla Juventus. Era il 2001 e ai bianconeri serviva un vice Del Piero. Moggi il 1 settembre mandò un osservatore a seguire Usa-Honduras e decise di comprarlo, anche perché il mercato quell'anno chiudeva eccezionalmente il 28 settembre. Arrivai in Italia col ragazzo nella massima segretezza, poi la mattina della firma aprendo un giornale vidi che tutta la vicenda era in prima pagina. L'affare saltò inspiegabilmente e Leòn andò alla Reggina".
Dopo questo viaggio ideale in Sudamerica, ci racconta un nome di cui sentiremo presto parlare, magari in Italia? "Segnatevelo: Giorgian De Arrascaeta. Gioca nel Defensor, è un centrocampista offensivo di cui sentiremo presto parlare nonostante sia solo un '94. In Paraguay invece segnalo Richard Ortiz ed Enzo Prono entrambi dell'Olimpia di Asunciòn".
Per scelta, ci diceva poco fa, ha deciso di non tenere troppi giocatori fra i suoi assistiti. Chi sono quelli con cui si frequenta ancora? "Su tutti Ledesma. La sua storia è particolare: lo conobbi in un torneo in Svizzera, lui era con il Boca Juniors. La Lazio, a quei tempi, si era mossa per lui, ma gli Xeneizes volevano già molti soldi per il cartellino, quindi non se ne fece di niente. Lui però voleva l'Italia, quindi non tornò in Argentina col Boca e restò a casa mia per circa un anno. Poi arrivò un provino col Lecce... il resto è la storia conosciuta". Gli altri calciatori che continua a seguire? "Michele Pazienza è un mio amico storico. Poi Abero del Bologna, da cui il prossimo anno mi aspetto il salto di qualità. Rolin del Catania, Laxalt...". Giusto, Laxalt. Attorno al suo a r r i vo in Italia si è creata un po' di confusione... "Poteva andare alla Lazio, ma la dirigenza biancoceleste ha sbagliato a parlare con altri intermediari dell'operazione. Poteva andare al Milan, sembrava non ci fossero problemi, ma Galliani in intervista di Simone Bernabei quei giorni doveva seguire la vicenda Balotelli. Così è arrivata l'Inter, che l'ha preso ad una cifra ragionevole. Laxalt comunque è un giocatore pronto, vedrete il prossimo anno cosa sarà in grado di fare. Ha la testa a posto...".
Nella sua carriera, però, ci sarà pure un grande rimpianto, un giocatore che avrebbe voluto assistere e che invece non ha mai seguito... "Del Piero. Lo vidi al Torneo di Viareggio che era un ragazzino. Doveva scegliere un procuratore fra me e D'Amico e alla fine scelse lui". Chi invece l'ha fatta "ammattire" di più, in senso buono? "Caratterialmente Leòn. Ha avuto un'infanzia difficile e per questo ha un modo di fare un po' particolare. Lo sapevo ma ho voluto rischiare scommettendo sulle qualità del ragazzo". Per concludere, voltiamo pagina: nella sua carriera si è cimentato anche nel ruolo di dirigente alla Sambenedettese. "Diciamo che ero più un consulente. Il 29 agosto 2004 ricevo una chiamata da un mio amico imprenditore che voleva risollevare le sorti della Sambenedettese. Accettai con entusiasmo questa sfida complicatissima, visto che mancavano 48 ore alla fine del mercato e in rosa c'erano solo 5 giocatori. Scelsi l'allenatore, Davide Ballardini, che dalla Primavera del Parma poteva portarsi dietro diversi giocatori tra cui Cigarini, Gazola e Canini. Feci la squadra e portammo avanti un campionato di serie C1 eccezionale nell'anno in cui c'era anche il Napoli. A fine anno gli azzurri presero Amodio e Bogliacino. Con rammarico mi resi conto di non poter più proseguire, ma quell'esperienza mi ha dato forza e convinzione nelle mie competenze".




