Massimo Oddo: "Da grande vorrei fare il dirigente alla Galliani"
Chiara Biondini
Ha vinto tutto, sia a livello di club che con la Nazionale. Forse non ci credeva nemmeno lui a un certo punto della carriera. Perché Massimo Oddo viene dalla gavetta, da anni a girare in prestito per i campi polverosi di Serie C, lì dove molti si perdono per strada. Ce l'ha fatta scalando gradualmente tutti i piani del calcio italiano, fino a conquistare il mondiale nel 2006 e la Champions l'anno dopo. Appese le scarpe al chiodo l'ormai ex terzino ci racconta la sua carriera dagli esordi, fino ai suoi pr ogetti futuri.
Massimo Oddo, il calcio è nel tuo destino vista la professione di tuo padre. Com'è stato crescere con lui, visti anche i continui spostamenti? "Diciamo di sì. Mio papà era insegnante di educazione fisica, poi ha allenato a livello dilettantistico vincendo i campionati interregionali e io mi sono appassionato seguendo lui. A 5 anni infatti mi sono iscritto a calcio con mio fratello più grande di un anno. Ho giocato con la Renato Curi di Pescara, che a livello giovanile è una delle squadre più forti, tanto che abbiamo vinto dei campionati giovanili. Per rendere l'idea della tradizione di questa società basti pensare che sono usciti giocatori come Grosso, Falcone e D'Aversa".

Come sei arrivato al Milan? "Beh, in realtà sarei dovuto finire alla Lucchese, che all'epoca era un squadra di Serie B con un ottimo settore giovanile. Mi chiamarono e mi fecero un provino. Piacqui subito e praticamente avevano chiuso l'affare, anche l'aspetto economico. Mi volevano aggregare alla Primavera per poi l'anno dopo inserirmi subito in Prima squadra. Quel giorno stesso che sarei dovuto diventare ufficialmente un giocatore della Lucchese mi cercò il Milan chiedendomi di fare un provino a Parma. Non ci pensai due volte, andai e anche lì il provino andò bene. Avevo sedici anni e mezzo".
Eri anche tifoso del Milan? "Diciamo che non sono mai stato tifoso di nessuna squadra. Da piccolo simpatizzavo più che altro per il Pescara, che è la squadra della mia città".
Com'erano gli anni della Primavera rossonera? "C'era gente come Coco, Brocchi. Morini era l'allenatore, feci la Beretti e vinsi il campionato nazionale. L'anno dopo in Primavera e da lì il mio percorso tra i professionisti".
Da lì diverse esperienze in prestito in C. Molti ragazzi solitamente si perdono in queste categorie. Non hai mai avuto paura di fare quella fine?"Una volta era impensabile che un ragazzo della Primavera del Milan andasse direttamente in A. Le grandi promesse venivano mandate in C, che aveva un livello superiore di adesso. Diciamo che la C di ieri è la B di oggi. Oggi giorno quella che si chiama Lega Pro ha perso molto valore, ma una volta il percorso logico era quello, salvo eccezioni come Maldini e fenomeni del suo livello. Io ho iniziato in C e ci ho militato per 3-4 anni pur non giocando molto spesso. Come dicevo il livello era alto e non era facile imporsi, così mi toccavano giusto 20 presenze l'anno".

Quando la svolta? "Ero a Lecco e a fine stagione tornai per fine prestito al Milan. I rossoneri mi volevano lasciare lì ancora un anno, ma c'era il Monza in B che era all'epoca una squadra satellite dei rossoneri. Così chiesi a Braida di farmi provare in una categoria superiore. Lui mi sconsiglio di andare dicendo che a Monza sarei stato l'ultima ruota del carro. Ma quella volta mi impuntai e venni accontentato. E da lì fu la svolta, anche se all'inizio ero davvero più che panchinaro un tribunaro!"
Quando sei riuscito a ritagliarti il tuo spazio? "A dicembre dovevamo giocare col Lecce e c'erano un po' di squalificati, così partii dalla panchina. Nel riscaldamento si fece male il titolare, Castorina, così venni schierato titolare e vincemmo 1-0 con mio gol. Da lì ebbi subito dopo altre chances e segnai ancora, fino a diventare titolare. Mi feci così notare dal Napoli che mi prese per la stagione successiva".
A Napoli la prima grande piazza. "Fu l'anno della mia conferma e con quella squadra andammo dritti in Serie A. Ironia del destino, dopo aver raggiunto la massima categoria il Milan, che in tutti quegli anni deteneva il mio cartellino, mi cedette. Incredibile. Il Verona credette in me e per 7 miliardi e mezzo acquisto il mio cartellino".

Con i veneti i primi anni in A. Una curiosità: come avete fatto a retrocedere con lo squadrone che avevate? C'erano oltre a te Mutu, Camoranesi, Gilardino. "Abbiamo voluto fare una corsa fino all'ultimo sul Chievo, che andava molto forte. Ci sbilanciavamo quando molte volte potevamo accontentarci. Eppure fino a 8 giornate dalla fine la situazione era molto tranquilla. Sono bastate un paio di sconfitte per farci ritrovare con l'acqua alla gola e la situazione è precipitata. Ricordo l'assurdità della retrocessione, perché nessuno se l'aspettava, tanto che il tecnico di allora Malesani mi disse: non ti faccio giocare le ultime gare, voglio provare Cassetti che il prossimo anno prenderà il tuo posto, tanto siamo già salvi. Invece finì come finì. Io nel frattempo sapevo già a febbraio di essere alla Lazio. Ricordo persino che ci fu un po' di maretta con i tifosi veronesi, che credevano non giocassi le ultime partite perché non volessi io...".
Alla Lazio arrivi nel momento storico peggiore, col crac finanziario. "Sono stato l'ultimo acquisto di Cragnotti, l'ultimo contratto importante. Poi arrivò il crac. Ricordo che a febbraio 2002 c'erano altre squadre che mi volevano, come Juve e Roma, ma alla fine la Lazio mi pagò tanto e non sembrava all'epoca fosse una società destinata a una forte crisi finanziaria. Mi dissi: una volta che vado in una grande succede questo... Ma alla fine vincemmo una Coppa Italia e mi sono tolto delle soddisfazioni. Certo, posso dire di aver visto di tutto alla Lazio: dal decadimento dell'era Cragnotti all'amministrazione controllata, dall'arrivo di Lotito ai 9 acquisti negli ultimi 7 minuti di mercato, al rischio retrocessione. Divenni capitano e sicuramente a Roma mi hanno voluto e mi vogliono ancora bene. Posso dire che i migliori anni calcistici li ho avuti con la maglia della Lazio, ero al massimo livello".

Tanto da conquistare la Nazionale. E diventare campione del mondo. Che ricordi hai di quel 2006? "Vincemmo perché eravamo un grande gruppo, eravamo molto uniti tra noi. Però essendo all'estero non ti accorgevi della passione che c'era. Le emozioni più grandi le ho avute vedendo quello che succedeva in Italia, l'accoglienza che abbiamo avuto a Roma".
Rammarico per aver giocato solo pochi minuti? "Rammarico tantissimo, d'altronde ogni giocatore vorrebbe giocare di più e quello che avevo fatto era l'anno migliore della mia carriera. Ricordo che avevo una media voto altissima, segnavo e facevo segnare. Insomma, ero uno dei migliori terzini in circolazione, ma ci sono anche allenatori che ti vedono e quelli che non ti vedono. Lippi vedeva molto di più quelli che poi ha fatto giocare. E alla fine non puoi dire nulla, perché i fatti gli hanno dato ragione".
È rimasta storica la tua sbronza dopo la medaglia d'oro, che è rimasta immortale grazie a Youtube. "Mi beccano sempre ubriachello, ma non sono uno che beve, anzi! Se vinci qualcosa tutti brindano. Il punto è che io non essendo un bevitore dopo un paio di birre avevo iniziato a sentire gli effetti, cosa che non succede a chi è abituato all'alcol!"
Anche l'Oddo barbiere della Nazionale è rimasto nella storia. "Mi tagliavo i capelli da solo, Gattuso mi vide e mi chiese se potevo tagliare i capelli anche a lui. Da lì a catena me l'hanno chiesto anche gli altri. Per scherzo proposi a Camoranesi di tagliargli i capelli, lui non voleva e alla fine gli ho detto: va bene, però se vinciamo i mondiali te li taglio! E così è stato".
Nel 2007 ti ricompra il Milan. E vinci subito la Champions. Meglio del Mondiale? "Bella soddisfazione, un po' una rivincita nel senso che una volta che i rossoneri mi avevano venduto il mio obiettivo era di tornare. Personalmente la Champions che ho vinto vale di più del Mondiale. Arrivai al Milan a gennaio e subito fui catapultato nella Champions che avevo fatto a malapena con la Lazio. Giocai tutte le partite arrivando fino in finale. Vincerla fu una soddisfazione immensa. Da lì poi vincemmo anche Supercoppa europea e mondiale per club. In un anno e mezzo ho vinto tutto".

Poi c'è la parentesi Bayern. Anche se dovevi andare al Lione. "Esattamente. La sera prima avevo dato la mia parola al Lione. Il mattino seguente mi chiamo Rummenigge dicendo che mi voleva a tutti i costi e mi convinse, così firmai per il Bayern. Fu un anno incredibile in campo e fuori. E posso dire che il calcio tedesco era già avanti di dieci anni. Lo vedevi dall'organizzazione, dai mezzi, dal mondo di approcciare il calcio. Mi trovavo stupendamente, ma in Germania spingono molto sui loro giocatori e sono restii a prendere stranieri, soprattutto ultratrentenni. La politica del Bayern era di puntare sui giovani e io non corrispondevo esattamente a quelle caratteristiche. Però giocavo bene, tanto che il mio agente Branchini prima di una gara di Champions col Bayern mi disse che forse mi volevano riscattare. Peccato che proprio in quella partita di coppa, con lo Sporting Lisbona, mi feci male e quell'infortunio condizionò il resto della mia stagione Così non se ne fece più nulla".
Il ritorno al Milan, infine al Lecce. Come mai la decisione di chiudere la carriera in Salento? "Intanto al ritorno al Milan mi sono tolto altre soddisfazioni per 6-7 mesi. Con Leonardo ero riuscito a ritagliarmi il mio spazio, poi ebbi il primo infortunio muscolare della mia carriera e così venne lanciato Abate, che fece bene e non uscì più dai titolari. Io volevo chiudere la carriera al Milan, onestamente, poi un giorno mi chiamo Carlo Osti che avevo alla Lazio e che nel frattempo era ds del Lecce. Mi fece chiamare da Di Francesco, pescarese come me, e anche il suo vice e lo staff era composto da pescaresi e mi chiesero di dare una mano al Lecce, così decisi di accettare. In fondo avevo ancora voglia di giocare. A fine anno capii di aver finito la carriera, perché dopo aver giocato nelle grandi squadre lottando per grandi obiettivi non avevo voglia di chiudere in piccole squadre, mi sarebbero mancati gli stimoli".

L'Oddo di oggi cosa vuole fare "da grande"? "Ho fatto il corso da direttore sportivo e ho preso la laurea in management sportivo. Il mio sogno è fare il manager alla Galliani. So che è un percorso arduo, perché il mondo dei direttori sportivi è una casta. Perciò ho anche intrapreso studi da allenatore, perché non si sa mai".
Chiudiamo con tre domande bruciapelo: miglior allenatore, miglior giocatore e giocatore che più ti somiglia. "L'allenatore più decisivo che ho avuto è Delio Rossi, davvero abile a sfruttare al massimo le risorse. Dei giocatori è difficile fare una classifica, potrei dire che la classe e il carisma di Seedorf raramente l'ho visto i altri giocatori, così come la forza mentale di Mihajlovic e la classe di Nesta. Mentre per quello che mi riguarda il terzino ho avuto modo di vedere che ognuno ha caratteristiche diverse e nessuno aveva le mie. Con questo non dico che non invidio nessuno, per fare un esempio avrei voluto avere la sagacia tattica di Tassotti. Forse uno che mi somigliava era Panucci".




