Palermo, Perinetti: "Portai Zeman alla Roma, Sensi non capí ma poi..."
Chiara Biondini
Quarantuno anni di carriera. Una vita sul campo. Giorgio Perinetti è un "dirigente maturo con idee nuove". Pronto a metterle in pratica. Oggi consigliere d'amministrazione del Palermo, fa gli onori di casa e ci apre le porte del Renzo Barbera. Secondo piano, in fondo a sinistra c'è il suo ufficio. Il computer sempre acceso, WyScout aperto e i suoi allievi pronti ad apprendere i trucchi del mestiere ascoltandolo giorno dopo giorno.
Giorgio Perinetti fuori dal campo: chi è? "Difficile dirlo, la mia vita è nata nel campo. Da giovanissimo mi sono ritrovato casualmente nel calcio da appassionato e poi catapultato nella Roma. Non mi so vedere fuori dal campo".
E se non avesse fatto il dirigente? "Probabilmente avrei fatto l'insegnante di italiano". Niente di più facile per chi consegnò un tema in trenta minuti... "Vinsi una borsa di studio con un tema consegnato in trenta minuti. Ricordo che il professore mi disse «ma come? Consegna adesso? Si arrende? ».

Io gli risposi«no, mica mi arrendo. Ho finito...». Andavo a scuola con Verdone e De Sica e quando finivo le mie consegne davo una mano a De Sica, che mi chiedeva aiuto". Giorgio Perinetti dirigente sportivo: quando scatta la scintilla? "Con l'arrivo di Liedholm a Roma per la prima volta. Mi catturò: aveva necessità di un driver per Roma (sorride, ndr) e approfittando di questo ha capito la mia inclinazione e così mi ha stimolato fino a far diventare la mia passione una vera professione".
1987: il primo legame con Palermo, Dino Viola le chiede di ricostruire la società... "Viola mi disse che bisognava dare una mano al Palermo, indicai Franco Peccenini come direttore sportivo. Il mio legame parte di lì".
Lei e Palermo: non solo calcio. Grazie al mercato ha conosciuto sua moglie, palermitana. "Stavamo cedendo Bagni all'Ascoli dal Napoli. Rozzi e Moggi erano i più grandi ritardatari riconosciuti dal calcio italiano, mia moglie lavorava in hotel e l'ho conosciuta lì. E il legame con lei, oggi, è ancora forte".
A proposito di Napoli: comincia a lavorare con Luciano Moggi, poi si muove con le sue gambe. "Già alla Roma mi aveva dato dei suggerimenti. All'inizio il rapporto è stato turbolento, poi ci siamo capiti e chiariti. Mi ha voluto a Napoli con lui negli anni più belli e poi Ferlaino ha deciso di confermarmi quando Luciano è andato al Torino. Ero terrorizzato, perché andare nel Napoli del dopo Moggi e del dopo Maradona sembrava insostenibile. Ma abbiamo lanciato un giovane allenatore come Ranieri e sostituito Maradona con un giocatore talentuoso come Zola. E siamo arrivati in Europa".

1991, la notizia che non avrebbe mai voluto dare: Diego Armando Maradona e la squalifica... "È stato come togliere il respiratore ad una persona che vive di aria. La sua aria era il calcio. Ricordo ancora la smorfia di dolore, si portò la mano al fianco destro. Una cosa che rimane indelebile, un momento difficilissimo. Per fortuna Diego poi s'è ripreso, ora fa l'allenatore".
Tanti dopo Calciopoli hanno allontanato Moggi. Siete rimasti in contatto?"Perché dovrei rinnegare l'amicizia e il mio rapporto con lui? Quando capita ci sentiamo. È una persona che mi ha dato tanto quando ero giovane e lui era già esperto. Non c'è motivo di rinnegare una persona nonostante quello che è successo. Anzi...".
Dopo Napoli va al Palermo e rifiuta il Milan. Ma chi gliel'ha fatto fare? "Mi intrigava i l Palermo, questa grande piazza, che non riusciva a risalire e non si riusciva a capire i l motivo. Galliani mi aveva offerto il settore giovanile del Milan in collaborazione con Braida, ma avevo voglia di provare l'esperienza rosanero".
Il Palermo e poi di nuovo la Roma e incontra Carlos Bianchi, l'allenatore che voleva vendere Totti."Non lo riteneva ancora pronto. Io non ero molto d'accordo e per fortuna Totti fece gol contro l'Ajax in amichevole e da lì abbandonammo la pista Sampdoria".

Alla Roma scelse Zeman, preso dalla Lazio. Una decisione impopolare... "Lo scelsi per portare la cultura del lavoro a Trigoria. Fu una mossa felice, il suo lavoro è stato propedeutico alle vittorie di Capello. Sensi non capiva la scelta, ma ho avuto ragione. Devo dire che nella scelta degli allenatori sono stato sempre abbastanza fortunato e non mi sono mai preoccupato di quello che si poteva dire. Penso sempre di scegliere per quello che uno può dare in campo. Non importa che una persona sia popolare, ma utile alla squadra".
Un giorno vorrebbe ancora Zeman allenatore della sua squadra? "Incarna il mio tipo di allenatore ideale: è propositivo, per me il calcio è fare un gol in più dell'avversario e Zeman migliora i giocatori anche sul piano individuale. Ma ha il suo modo di lavorare, bisogna capire dove lavorare e in che modo la società può sposare il suo progetto. Bisogna prenderlo com'è e quando si sceglie di prendere Zeman occorre valutare bene tante cose".
Nel 1998 va alla Juve ma non rimane a lungo. Perché? "Volevo vivere la Juve dall'interno e capirne i segreti. Non riuscivo a dare quello che volevo, ho interrotto a metà mandato e così ho avuto la possibilità di tornare a Palermo. Ero al Como con Preziosi, mi chiamò Baldini e mi disse che sarei potuto essere utile a D'Antoni e Sensi per il Palermo. E io quando sento nominare il Palermo non riesco mai a dire di no".
Quando arriva Zamparini in Sicilia però, lei non rimane. All'inizio sembrava dovesse restare... che è successo? "Avevamo parlato con Foschi, poi ci sono state delle incomprensioni con terze persone che si sono messe in mezzo. Ma era giusto ricominciare con una nuova gestione".
Quindi va a Siena e porta a casa tre salvezze. "Ho conosciuto un presidente appassionato come De Luca, mi ha dato piena carta bianca. Poi con la sua scomparsa ho pensato di cambiare".

E sceglie il Bari, dove riporta l'entusiasmo e i risultati. "Una sfida. Ho pensato «come è possibile che il Bari non possa andare in A?». Mi chiesero quale fosse il mio obiettivo e risposi «rivedere il San Nicola pieno». Ci siamo riusciti e questa è stata una cosa bellissima, Bari mi ha commosso. Poi ho lanciato Conte, una scoperta professionale importante". E pensare che c'è chi la accusa della situazione attuale del Bari. "Con me il Bari è andato in A, ha fatto il record di punti e s'è assicurato due anni di contributi tv a cifre importanti, poi le plusvalenze di Bonucci e tutto il resto. Si parla dell'ingaggio di Langella, ma era indispensabile per trattenere Barreto. Mi sembra che ci sia una strumentalizzazione eccessiva di una realtà che non esiste".
Nel 2010 poi, torna a Siena. "In Toscana sono tornato volentieri, ho preso Conte e poi Sannino, due ottimi allenatori. Conservo bei ricordi. Ma sarei rimasto a Bari tutta la vita. Matarrese però mi chiese di interrompere il rapporto per esigenze sue".
Una vita con la valigia: lascia Siena e ritorna a Palermo, dove sarebbe potuto andare nel 2011 con Sannino. Perché è rimasto in Toscana un anno in più prendendo il mister? "La direzione del Siena non mi consentiva di andare via. Non potevo lasciare, Sannino era uno dei considerati da Zamparini, che mi chiese «meglio Sannino o Gasperini?», gli consigliai Gasperini ma poi scelse Pioli. Io intanto presi Sannino a Siena. Il presidente credeva che avessi fatto il furbo, ma non era così: in quel momento Sannino non era pronto per una piazza come Palermo". Stagione 2012/2013, porta Sannino al Palermo. Alla sua prima conferenza lei dichiara "voglio rivedere la Favorita in festa".

I risultati non glielo hanno consentito... "È la mia esperienza professionale meno felice. Ma quando sono arrivato ho trovato alcuni giocatori precedentemente acquistati, c'era la necessità di sistemare quarantaquattro calciatori, ne ho sistemati quarantatré e c'è stato un fermo sulla campagna acquisti dovuto alla volontà di valutare alcuni giocatori e poi intervenire eventualmente a gennaio. Sannino nella sua prima esperienza di Palermo ha faticato ad inserirsi a causa dei suoi metodi, secondo me comunque efficaci e cosi abbiamo deciso di richiamarlo".
E durante quest'anno, per lei, alcuni mesi di vacanza forzata: Zamparini decide di ingaggiare Lo Monaco salvo poi tornare sui suoi passi e richiamarla. Difficile stare fuori, quante persone le sono state vicine in quei quattro mesi fuori dal campo? "Qualcuno è sparito, come succede sempre quando si va in disgrazia. Stare lontano dal campo è dura. Ma ho accettato la decisione con serenità e soprattutto ho cercato di non farla pesare mai al Palermo con dichiarazioni che potessero mettere in difficoltà il mio successore. Mi ha fatto piacere però, che tante persone - dalla stampa alle tv e non solo - hanno fatto in modo di farmi sentire vicinanza e affetto in tutti i modi possibili. Ho avuto anche offerte da alcune società, ma il regolamento non consente di lavorare per più club in un anno. Poi mi ha richiamato Zamparini, ho detto subito di sì per spirito di servizio senza pensare all'aspetto economico o al contratto. Al Palermo, come ho detto, non so dire di no".
Quarantuno anni di carriera: il momento più bello e quello da dimenticare? "Pensando all'esperienza più brutta dico la sconfitta contro il Lecce in campionato che condannò la Roma a non vincere lo scudetto. O la sconfitta ai rigori contro il Liverpool in campionato. I momenti più belli li ho vissuti a Palermo: per esempio ricordo la vittoria contro il Catania per 5-1. E poi alcune giornate a Bari straordinarie, con la gente che traboccava di felicità".
Dal 1972 ad oggi: è cambiato anche il rapporto con i media, ora internet fa da padrone. "Sicuramente adesso il rapporto con la stampa è più difficile da gestire. Poi è cambiato anche il modo di fare mercato e cambierà ancora..."
Il suo rapporto con la tecnologia? "Difficile, molto forzato. Ma faccio progressi e cerco di imparare sempre di più. IPad ed IPhone sono all'ordine del giorno, non ho un bel rapporto con il computer ma sto cercando di migliorare".
Notizie e calciomercato: legge più i giornali o internet? "La mattina non rinuncio alla tradizione di sfogliare un giornale. Ma il web è importantissimo e tutta la giornata la passo a cliccare sui noti siti specializzati (sorride, ndr)".

La prossima vacanza di Giorgio Perinetti? Magari in Corea, da sua figlia... "Purtroppo adesso non posso andare, sono preso dal Palermo. Mi auguro di poter fare una vacanza presto con la mia famiglia per ripagarla dai momenti in cui sono lontano. Ma sono un privilegiato, non mi posso lamentare. Sono a Palermo e la mia famiglia è a Roma, quando ero a Roma era il contrario. Questo fa parte di una professione che dà tanti vantaggi, ma fa fare qualche rinuncia sul piano personale".
Giovani allievi crescono: qualcuno lavora nell'ombra e ne sentiremo parlare in futuro, altri stanno facendo strada. Un nome su tutti, Daniele Faggiano adesso al Trapani. "Daniele l'ho conosciuto durante la trattativa per Caputo al Bari, era al Noicattaro: aveva delle qualità e così ho deciso di portarlo con me, ora sta facendo la sua strada da solo e anche molto bene. In giro ci sono tanti allievi, non dico che la scuola è buona ma sono contento di essere stato utile. L'allievo però, deve sempre superare il maestro".
Quando smetterà di fare il dirigente cosa farà Giorgio Perinetti? "Vorrei finire la carriera dove l'ho cominciata, cioè in un settore giovanile. Magari vedere un bambino che corre dietro ad un pallone e dargli dei consigli". Beh, ma riguarda sempre il calcio... "Non riesco ad immaginarmi fuori da questo mondo. Però, se devo essere sincero, mi piacerebbe condurre un programma radiofonico, magari notturno. Lo chiamerei 'Calcio e non solo', ma è un'ambizione personale e non penso che ci sia tanta gente disposta ad ascoltarmi. Ma se un giorno avessi l'opportunità...". Giornalista mancato? "Era uno dei sogni di gioventù, ma ormai preferisco leggere piuttosto che scrivere". Pagine da riempire e da rileggere tra qualche anno, la storia di Giorgio Perinetti è ancora tutta da scrivere...




