Parma, Leonardi: "Italo Allodi il mio maestro"
Chiara Biondini
Ha bruciato le tappe, piombando a soli 33 anni in Serie A nell'Empoli sotto la guida di Fabrizio Lucchesi. Dopo la crescita Nel Parma ha consolidato le sue capacità. "Ma considero il mio maestro Allodi, non Moggi. Con lui ho senza dubbio accresciuto il mio bagaglio". Pietro Leonardi racconta la sua vita, una vita prestata al calcio fin da giovane. Anche se il suo destino poteva essere affidato alla musica. "I miei più grandi amori erano la musica e il calcio. Studiavo e lavoravo nella realtà musicale, però oltre che a giocare a pallone mi divertivo ad allestire le squadre di dilettanti all'interno della società dove sono cresciuto, quella del Monterotondo. In quella stessa società arrivò in seguito un gruppo importante, che aveva voglia di crescere: è nata questa opportunità, quasi casuale, di lavorare nel mondo del calcio. Da li è partito tutto".
Quale strumento suonava? "Suonavo il clarinetto, ma non cantavo. Non avevo una bellissima voce. Come musicista ho insegnato per cinque anni in vari conservatori, dall'accademia di Santa Cecilia, alla Rai. Poteva esserci una prospettiva di lavoro in quel mondo, ma una delusione mi ha fatto smettere di suonare". E' ancora importante per lei la musica? "Ha un ruolo importante nella mia vita, sia nei momenti di relax che in quelli difficili. L'arrabbiatura può svanire più velocemente ascoltando una bella canzone. Quelle neomelodiche, oppure italiane leggere, sono quelle che preferisco anche se talvolta mi piace sentire qualcosa di sinfonico".

Torniamo al calcio: dopo il Monterotondo è passato alla breve esperienza all'Aquila sino all'Empoli. "Andare all'Empoli ha significato fare un salto enorme a soli 33 anni: dalle categorie dilettanti, dalle interregionali, arrivare fino alla Serie B è stato un passo estremamente gratificante culminato poi con la vittoria del campionato cadetto con la conseguente promozione in Serie A. Categoria che abbiamo mantenuto con Spalletti l'anno successivo e l'anno dopo abbiamo vinto lo scudetto nel campionato Primavera, il primo nella storia della società". Cosa vedeva nel giovane Spalletti dell'Empoli? "Un predestinato. Un allenatore scrupoloso, con intuizione, creatività, grande carisma. Tante doti che hanno fatto sì che diventasse quello che è ora".
Come mai lasciò l'Empoli? "Questa è un po' la storia della mia carriera. All'Empoli, così come alla Juventus e all'Udinese, pensavo che il mio ciclo fosse terminato. L'anno in cui lasciai l'Empoli arrivò l'opportunità di fare il direttore generale in una società di Serie B e l'ho colta: ecco perché ho scelto il Savoia". Non è andata male: dopo è arrivata la Juventus di Luciano Moggi. "L'operato di Empoli era sotto gli occhi di tutti, soprattutto nel settore giovanile. Un lavoro oculato in una piccola dimensione".
Cosa si porta dietro dall'esperienza alla Juventus? "La cultura del lavoro appresa da Giraudo e Moggi. Una crescita professionale importante, una palestra che mi ha fortificato per la conoscenza del mondo del calcio. Mi ha portato a fare un bel passo in avanti nella gestione sportiva e il passaggio a quella organizzativa economica di una società". E anche i trucchi del calciomercato... "Non si scopre l'acqua calda se dico che anche qui i meriti vanno soprattutto a Moggi; con lui ho avuto la possibilità di carpire qualcosa di importante. Ma non solo mercato e strategie, parlo per esempio anche della gestione dello spogliatoio". Da Moggi ha preso anche la passione per i sigari? "No, quella ce l'avevo di già per fortuna. Ma qualche volta ci siamo scambiati delle opinioni sui sigari".

Lei ha vissuto Calciopoli da dentro il sistema. Le va di parlarne? "Se n'è parlato tanto senza capire a fondo come sono andate le cose. E' innegabile che siano state fatte delle cose sbagliate, ma se n'è parlato in maniera forte danneggiando anche lo stesso sistema, senza considerare che all'interna di quello stesso sistema c'erano molte persone oneste. Il calcio è un'industria importante anche per la Nazione, porta soldi e posti di lavoro. Prima di esagerare si doveva contare fino a 10". L'industria del calcio italiano sta vivendo però una crisi innegabile. "Si regge su delle situazioni che sono a rischio totale: per le società medio piccole si basa tutto sui diritti televisivi e le plusvalenze derivate dalla vendita di giocatori. Normale che qui personaggi come emiri o magnati russi non vogliano investire. Normale che si vada a investire da altre parti, dove c'è già qualcosa che funziona, dove ci sono le infrastrutture, meno problemi. Inutile nasconderlo siamo molto indietro rispetto ad altri paesi".
Che colpe ha la Lega? "Dovrebbe tutelare la società, dovrebbe essere la Confindustria delle 20 società di calcio. Qualcuno dice che andrebbe tolto potere alla Lega, specie per quanto riguarda la ripartizione dei diritti televisivi, ma secondo me il ricavo del diritto dovrebbe essere dimensionato in una maniera diversa. Non ha più senso che ci siano ripartizioni in base al bacino di utenza, alla storia del club, alla popolazione della città. Son tutte situazioni che altrove son già state considerate e risolte. Per ridare vita al campionato, bisogna dare risorse a tutti. Sarebbe molto più bello, invece ci troviamo di fronte una competizione sempre più appiattita, scontata".

Il calcio e la politica sembra vadano di pari passo. "La seguo, e l'idea da ignorante in materia è che ci sia un grande vuoto. Ci vorrebbe una figura nuova che proponesse qualcosa di interessante. Invece ho la sensazione che si estremizzi troppo la negatività. Indipendentemente dalle ideologie, che ormai non ci sono più, stupisce che si parli della corsa a non governare piuttosto che a farlo. E questo la dice lunga".
Torniamo alla sua esperienza al settore giovane bianconero: di giocatori ne importanti ne sono usciti. "E alcuni sono ancora alla Juve, vedi Marchisio, Giovinco e De Ceglie. Claudio è un ragazzo eccezionale, con lui e la famiglia mai avuto un problema, mai una polemica. Ma lo stesso dicasi per tutti gli altri ragazzi: in quel periodo si curava la crescita non solo calcistica, ma anche scolastica. Ero molto rigido riguardo quest'ultimo aspetto e molti dei ragazzi che mi vedono oggi scherzano con me su queste cose, sui brutti voti a scuola, se si comportavano male. Vestivano una maglia importante, e indipendentemente dal risultato dovevano dimostrare di saperla indossare. Un'altra cosa importante è stata quella di creare dei concetti di stress nelle categorie degli Allievi e della Primavera per abituarli da subito a quello che poteva accadere dopo. Insegnargli la cultura della vittoria e della sconfitta. e non è un caso che questi ragazzi facciano parte dei club più importanti di Serie A e B".
Molti di loro non ce l'hanno fatta. "In molti avevano delle potenzialità importanti, ma tanti si sono un po' persi. Penso a Chiumiento per esempio; che gioca ancora, ma pensavo potesse far di più. Un altro che aveva destato un interesse importantissimo è stato ragazzo bravissimo è Pederzoli, premiato a quel tempo come miglior giocatore del torneo di Viareggio".
Dopo cinque anni ha lasciato anche la Juve. "Per alcuni sono stato considerato un pazzo, ma la verità è che avevo ottenuto tutto quello che la società mi aveva chiesto. Quando sono arrivato la situazione del settore giovanile non era delle migliori, ma insieme al mio gruppo di lavoro siamo riusciti a dare un'impronta diversa, a toglierci tante soddisfazioni. Ma era inutile continuare quel percorso nel momento in cui avevo covato in me l'aspettativa di lavorare per la prima squadra di un club. Continuare sarebbe diventato improduttivo anche per lo stesso settore giovanile". E' esistita la possibilità di tornare alla Juve prima dell'arrivo di Marotta e Paratici? "Il mio nome era uscito, ma in tutta onestà avevo ricevuto indiscrezioni quando lavoravo all'Udinese e la Juve stava risalendo dalla Serie B in A. Ma non c'è mai stato niente di serio".

Proseguiamo col racconto: dalla Juve alla Reggiana. "Una breve esperienza in Emilia, dall'agosto al dicembre del 2004. Una volta lasciata la Juventus venni chiamato subito dai Pozzo, ma poi l'udinese scelse Cinquini per sostituire Marino. E in quel momento fece anche bene a fare una scelta più sul sicuro. Per una società così importante era giusto andare sul sicuro. Ma con Pozzo il feeling era già nato: ci lasciammo bene anche quella sera d'estate, ero consapevole che sarei approdato presto all'Udinese. In inverno le cose non andarono bene e io decisi di lasciare la Reggiana nonostante gli ottimi risultati, accettando di andare a Udine. Un mondo nuovo". Ovvero? "Una macchina da guerra. L'Udinese ha una grandissima forza internazionale, e questo aiutava nel mantenere tutti i vari rapporti con tantissimi club di tutto il mondo. Ci chiamavano quando c'erano giocatori importanti da vedere, una cosa difficilmente eguagliabile".
Cosa c'entrò l'acquisto di Gheddafi? "Tutti pensarono fosse soltanto un atto pubblicitario, ma in pochi si ricordano dell'esistenza dell'associazione benefica 'Udinese per la Vita'. La sua presenza fu determinante per il proseguo degli intenti dell'associazione, perché porto qualche risorsa in più che l'Udinese non poteva garantire. Va solo ringraziato per averci aiutato a raggiungere certi obiettivi sociali". A distanza di tanti anni il rapporto con i Pozzo è sempre idilliaco? "Li sento spesso. Manterrò sempre una grande riconoscenza nei loro riguardi. Mi hanno fatto sentire uno della famiglia. E anche quando lasciai l'Udinese per andare alla Cisco Roma per problemi familiari mi stettero vicini, e mi richiamarono appena ne ebbero l'opportunità. E dopo quattro anni, quando ritenni anche questa esperienza un capitolo chiuso, durante l'ultima partita di campionato mi commossi dall'abbraccio di Giampaolo Pozzo".

Nessuno screzio di mercato? "Nessuno, anche perché sono solo due le operazioni che ho portato a termine con loro da quando sono a Parma: Candreva e Coda".
A Parma, invece, ha trovato un presidente alle prime armi nel mondo del calcio. "Questo aspetto non è del tutto vero, visto che Ghirardi è da tanti anni nel mondo del calcio. Con la sua passione è riuscito a portare la squadra della sua cittadina, il Carpenedolo, dalla terza categoria ai professionisti. Ha vissuto tutta la sua gioventù nel mondo del calcio; è un presidente emotivo, che si presta alla causa come pochi. Ed essendo il primo tifoso del Parma ha caricato di molte più responsabilità il mio operato. Vedere il suo volto dopo una sconfitta mi deprime. Posso dire di aver scelto Ghirardi e non il Parma".
Quali differenze ha trovato a Parma rispetto all'esperienza a Udine? "Parma ha un storia diversa, una cultura diversa dei tifosi. Perciò bisogna creare delle prerogative diverse per arrivare a degli obiettivi non dico similari, ma di stabilità. L'udinese vive di ricambio, di novità; il Parma ha una realtà più conservatrice".
E cosa dice a proposito della Lazio, la squadra per la quale ha sempre tifato? "Sono stato vicino ad andare alla Lazio un paio di volte, ma la cosa non si è mi concretizzata. Da quel momento ho smesso di crederci, di pensarci e di sperarci. Il mio sogno è quello di migliorare il Parma. La mia vita è qui, la mia famiglia sta benissimo, non ho altri sogni nel cassetto".
Problemi con Lotito? "Mi riferisco al periodo antecedente a Lotito. Adesso c'è lui e penso che sia abbastanza". Dai calciatori agli allenatori. In tanti vogliono provare la cosiddetta esperienza all'estero. Ci ha mai pensato? "No perché mi trovo a disagio confrontarmi in una realtà che conosco poco. Sono molto tradizionalista, vado a mangiare sempre negli stessi posti, non ho mai abbandonato gli amici di sempre. E poi, diciamo le cose come stanno: l'esperienza all'estero uno la fa perché si guadagna di più. Dubito che in tanti andrebbero via per percepire meno denaro".
A proposito di tradizionalismo: gli affari li fa molto più volentieri con qualche procuratore in particolare? "Mi interesso alla qualità del giocatore, al limite quello che fa fuori dal calcio, non di certo a chi lo assiste. Credo di essere uno dei pochi ad aver lavorato con i più svariati procuratori. Di loro mi infastidisce solo una cosa". Prego? "Che talvolta parlano tanto, troppo. Vogliono dare indicazioni sul sistema calcio delle società, cosa che non spetta assolutamente a loro. Alcuni si permettono di parlare a sproposito, cercando di sparare sulla croce rossa e senza tenere in considerazione che il calcio dà lavoro a tante persone".
Tornando al suo sogno, quello di far crescere il Parma: cosa ha intenzione di fare? "Partiamo dai miglioramenti tecnici, infrastrutturali e patrimoniali. Dai lavori che stiamo facendo al centro sportivo, alle curve del Tardini che verranno coperte. Questa è la nostra ambizione. Abbiamo in mente di cambiare il nostro atteggiamento a favore di un progetto a lungo termine, passando per l'imminente centenario che stiamo organizzando con tanto sudore e sacrificio. Anche se non tutti sono pronti ad aspettarci. E a tal proposito in viene in ente una frase di Enrico Brignano...".
Ovvero? "'Ogni attore dovrebbe essere un contenitore vuoto senza emozioni, eppure quando interpreto il Rugantino mi commuovo sempre'. Anche io dovrei essere un contenitore vuoto, ma certe volte dispiace ricevere critiche quando tutti, in primis i nostri tifosi, sanno che agiamo in buona fede. Questa situazione può essere pesante nel momento in cui io mi sono attaccato in maniera così viscerale a questo progetto. Per questo reagisco alle critiche. Mi viene in mente la sconfitta di quest'anno con l'Inter: è successo un vero e proprio dramma. Mentre da altre parti vedi realtà come Bologna, Torino e Sampdoria, che hanno una tradizione forse più importante della nostra, festeggiare per il mantenimento della categoria, noi cerchiamo di fare qualcosa di più costruttivo".
A proposito di Brignano: nel suo ambiente gira voce che sia anche po' simpatico. "Certe volte una battuta può servire a stemperare un po' le tensioni. Ma il fatto di essere accostato a Brigano è per me motivo di orgoglio. Lui è un po' la continuazioni di quelli che sono diventati poi i vari Sordi, Verdone, Proietti. E' lui il nuovo che avanza". Dei tanti allenatori che ha avuto a chi è rimasto più legato? "Ce ne sono stati tanti. Spalletti come ho già detto è stato un predestinato, mi ha permesso di vivere momenti unici, come la Champions con l'Udinese. Adesso ho Donadoni: con lui ho stabilito un rapporto che va oltre l'aspetto professionale. E' una persona onesta, un lustro per il Parma. Anche se qualche volta lo vogliono far passare per il lupo cattivo della situazione". Quindi le vostre due posizioni sono saldissime al Parma? "Di saldo nel calcio non c'è niente, anche perché alla fine chi decide è il Presidente. Che può decidere di mandarci via, se gli prendesse bene. Sono certo che l'anno prossimo verremo riconfermati, stiamo facendo grandi cose per il Centenario".
Cristina Guerri per tmwmagazine




