R.Ulivieri: "Mazzarri il mio erede? In lui rivedo le pecche del mio carattere"
Chiara Biondini
Non c'è mai pace al Centro Tecnico Federale. Anche quando la Nazionale di Cesare Prandelli non è protagonista nelle stanze di Coverciano il via vai nei corridoi è incessante. Fuori una buia mattina di primavera, dentro gli esami per i preparatori atletici di domani. Renzo Ulivieri, appunti in mano, si siede sul divano azzurro che campeggia nell'atrio della Casa del calcio italiano. Faccia vissuta la sua, disegnata anche dalla tensione tipica di chi si appresta a valutare i professionisti del calcio del domani.
Mister, oggi lei è al lavoro per i preparatori del futuro, ma si ricorda ancora la sua prima volta con il pallone fra i piedi? "Certo. Avevo quattro anni e giocavo con i miei amici sulla tosco-romagnola. Niente asfalto, tante buche e i barrocci che passavano e che dovevamo evitare durante il gioco".
Un'immagine molto bella che la disegna come calciatore fin da piccolo. Era questo il suo vero sogno? "A dire il vero a me è sempre piaciuto molto di più allenare. Mi sono accorto presto che non ero un giocatore di grande levatura e così ho preferito virare su altro. Il mio punto di riferimento? Nils Liedholm, sia per i comportamenti che per il sapere di calcio".

Non a caso ha fatto il suo esordio in panchina a soli 24 anni nel Cuoiopelli, una piccola realtà di provincia. Difficile imporsi con calciatori più grandi di lei?
"No anche perché ho sempre creduto, allora come oggi, che ciò che importa davvero è quello che dici e non l'età che hai". Un discorso che si può applicare anche alle nuove leve della panchina protagoniste oggi in Serie A? "E' vero che io ho iniziato presto ad allenare, ma nella massima serie sono arrivato a 37 anni suonati. Prima ho fatto tanta esperienza fra Serie B e la vecchia Serie C. Il mio è stato un percorso più lungo, fatto di tanta gavetta, ovvero ciò che serve davvero per rimanere ad alti livelli per molto tempo. Senza, è difficile avere continuità in questo ambiente".
Il primo vero palcoscenico che l'ha vista protagonista, non a caso, è stato quello di Empoli. Una società che storicamente è una fucina di talenti... "Quelli sono stati gli anni più formativi. Con gli azzurri ho vissuto tre anni in Serie C durante i quali sono cresciuto molto. E' stata la mia prima avventura e l'iniziare a confrontarmi con il calcio professionistico è stato decisivo".
Dopo un paio di parentesi vissute fra il settore giovanile della Fiorentina, la Ternana e il Vicenza arriva anche l'esordio in Serie A con il Perugia. Correva la stagione 1980/1981. "Ricordo benissimo la prima panchina di quella stagione. Eravamo a Firenze e la Fiorentina s'impose per 1-0 con un gol su rigore di Bertoni".

Quale fu il suo pensiero al momento dell'ingresso in campo? "Francamente... 'Intanto metto il culo in Serie A una volta. Poi vediamo'".
Il 'vediamo' è corrisposto a tre anni di grande livello con la Sampdoria. "E' stata una cavalcata esaltante. Arrivai sulla panchina blucerchiata quando la squadra era in fondo alla classifica di Serie B e a fine stagione fummo, invece, promossi. In quella squadra c'era anche un giovanissimo Roberto Mancini. Più che un ragazzo era un bambino".
Cosa si ricorda di quel campione in erba? "Ebbi dei contrasti con lui. Io lo vedevo come attaccante, mentre Roberto voleva fare la mezza punta. Solo dopo anni e anni mi ha dato ragione quando con la Lazio giocò da primo attaccante".
Oltre ad un grande giocatore Mancini è diventato anche un tecnico vincente. Si vedeva già qualche peculiarità da allenatore di alto livello in lui quando era ai suoi ordini? "No perché per diventare un allenatore sono troppe le variabili che influiscono. Nelle mie squadre ho avuto dei calciatori che ero convinto sarebbero diventati grandi allenatori e che invece non si sono imposti. Altri invece hanno fatto carriera e non me lo sarei mai immaginato. Quello del tecnico è un mestiere che si basa molto sulla personalità che uno ha".

Sempre in blucerchiato incontrò il presidente Mantovani, una persona che in più di un'occasione lei ha definito un esempio. "Ho imparato molto da lui. Paolo Mantovani mi ha fatto comprendere il ruolo dell'allenatore come uomo d'azienda. Mi ha insegnato davvero molto".
Una bella investitura per un tecnico come lei che ha lavorato con moltissimi presidenti. Da Cellino a Gazzoni Frascara ne ha conosciuti tanti. Un altro nome che si sente di citare? "Francesco Farina, con cui ho lavorato al Modena. Si trattava di un presidente completo, con personalità che sapeva gestire la società. Era una persona di cultura".
Dopo un'esperienza così felice come quella con la Sampdoria è arrivato per lei il momento più buio della sua carriera di allenatore. La squalifica durante l'inchiesta per il Totonero-Bis del 1986. "A quasi 27 anni di distanza posso dire che mi comporterei esattamente alla medesima maniera, in modo serio e onesto. Nel tempo è stato, infatti, appurato che quello fu un procedimento truccato, basato su testimonianze false comprovate in seguito. Io poi non sono mai stato neanche ascoltato: né come testimone, né come indagato. Non a caso il giudizio della CAF cambiò totalmente il quadro. Detto questo ho vissuto quel momento molto male, ma si sopravvive. Per me fu un grosso problema quello di essere toccato nell'orgoglio, ma dopo due anni duri sono tornato alla mia professione".
Da lì alcune stagioni in giro per l'Italia prima di approdare al Bologna, l'altra grande avventura professionale che l'ha vista protagonista. "Era una piccola grande squadra nella quale hanno lavorato al meglio tante componenti: il tecnico, i giocatori, la società, ma anche la città e la tifoseria. Ci fu una grande comunione d'intenti che ci permise di tornare ad alti livelli dopo tanti anni". In rossoblù ha poi lavorato per una stagione con Roberto Baggio. E' passata alla storia l'esclusione del "Divin Codino" nel match contro la Juventus... "Fu una bella esperienza. In quel particolare episodio Roberto si rifiutò di andare in panchina e sbagliò. Perché è l'allenatore che decide".
Ne avete mai riparlato? "Sono tornato su quegli eventi durante una lezione del Corso Allenatori su esplicita richiesta di Baggio che voleva che io spiegassi i perché della mia scelta".

Una decisione forte fatta da un tecnico dal carattere deciso. A questo proposito in molti parlano di Walter Mazzarri come suo erede. "Lo conosco da anni. Ha fatto per me l'osservatore e non solo. In lui rivedo le cose sbagliate del mio carattere, soprattutto il comportamento in campo. L'ho chiamato tante volte per dirgli di non copiarmi in queste cose".
Smessi i panni di tecnico per lei si è aperta una nuova fase, quella all'interno dell'Associazione Italiana Allenatori di cui oggi è presidente. Come vive l'epoca attuale in cui i tecnici spesso vengono esonerati con troppa facilità? "Sinceramente dato che sono i presidenti stessi a esonerare un allenatore, ovvero coloro che pagano gli stipendi, possono fare quello che vogliono. Sono posti di lavoro che aumentano. C'è un errore di fondo, ma nessuno lo compie gratuitamente".
E del "caso Di Canio" che ne pensa? Il suo arrivo sulla panchina del Sunderland ha portato il vicepresidente del club alle dimissioni. "Quella delle dimissioni è stata una scelta basata sulla sensibilità personale. Di fronte ad alcune tematiche ci sono sensibilità diverse, ma personalmente reputo Di Canio un ragazzo per bene. Tornando sull'immagine di quel saluto all'Olimpico posso dire tranquillamente che a me non piace, ma credo che anche lui se si riguardasse probabilmente ci farebbe un pensiero".
Lei non ha mai nascosto la propria appartenenza politica ad un determinato schieramento, antitetico a quello di Di Canio. Ha mai avuto problemi in carriera per questo? "No. Anche io ho salutato con il pugno chiuso, ma credo che, soprattutto in un paese come l'Italia, ci sia molta differenza fra questo tipo di saluto e quello fatto da Di Canio".
Da questo tema è facile approdare alla sua ultima avventura, quella politica. Nelle scorse elezioni si è presentato nella lista SEL. "E' stata una scelta dettata dalla volontà di dare una mano ad un partito e ad un movimento come quello della sinistra italiana che vive un momento di difficoltà. Io credo ancora in un certo tipo di valori e cerco di dare il mio contributo".
Torniamo al calcio. Se la sente di fare il nome di un giocatore per il quale si sarebbe aspettato un grande futuro ma che invece non ha sfondato? "Alviero Chiorri. Ho lavorato con lui alla Sampdoria. E' stato probabilmente il migliore che abbia mai allenato. Aveva molto estro e forse per questo non ha fatto carriera. Era un artista, un po' troppo per questo mondo". E se dovesse recitare la "Top 11" della sua carriera quali calciatori sceglierebbe? "In porta Buffon. In difesa Thuram, Vierchowod, Cannavaro, Junior. Centrocampo a tre con Bagni, Sensini e Brady, In attacco Mancini, Francis e Baggio. Non male".
Direi proprio di no. "Peccato mi siano toccati uno per volta. Fossero stati tutti insieme avrei avuto una squadra da scudetto e forse da Coppa del Mondo".
Rimpianti ne ha Ulivieri? "Non per la mia carriera nel mondo del calcio, bensì per il lavoro. Da ragazzo scelsi di fare il liceo scientifico perché a San Miniato, il mio paese natale, c'era solo quello e il liceo magistrale, ma in realtà avrei voluto fare studi letterari perché amo la filosofia e mi sarebbe piaciuto insegnarla. Diciamo che questo è il mio mestiere mancato, ma studio e leggo ancora".
Il suo autore preferito? "(Ride, ndr)... Beh è abbastanza facile da indovinare...".




