Ritratto di Jurgen Klopp, l'istrione che combatte James Bond
Andrea Losapio
Mancano due giorni alla prima finale di Champions League completamente tedesca. Da una parte il Bayern Monaco, la squadra teutonica per eccellenza, con un brivido che passa per cotanta storia rinchiusa in un solo logo. Dall'altra il Borussia Dortmund, che una Champions l'ha vinta nel 1997 ai danni della Juventus, grazie alla doppietta di Karl Heinz Riedle, veterano ex Lazio, e all'invenzione di Lars Ricken, che da oltre trenta metri fulminò un Peruzzi immobile. Nel mezzo il bel colpo di tacco di Alessandro Del Piero, ultimo ad arrendersi alla carta d'identità prima di un addio bianconero, ma che continua a incantare a Sydney. Mario Gotze, quella sera, non aveva ancora compiuto 5 anni. Erano oramai prossimi, ma l'incoscienza non gli ha permesso di tifare con piena cognizione di causa per l'ultima coppa vinta dai suoi. Da una finale all'altra, non giocherà nemmeno la prossima, perché ceduto al Bayern Monaco di Jupp Heycknes - ancora per poco - e il suo successore Josep Guardiola.
La finale però è una vittoria di Jurgen Klopp, tecnico non tanto celebrato nemmeno dopo le due Bundesliga vinte di fila. Il suo nome, per chi non seguiva il calcio tedesco perché inferiore - e perché la Bundesliga è noiosa, come qualcuno amava ripetere - era quello di un Brendan Rodgers (comunque tecnico del Liverpool) qualsiasi fino ai quarti di finale con il Malaga di quest'anno, raggiunti in pompa magna dopo avere eliminato il Manchester City nei gironi e lo Shakhtar Donetsk agli ottavi di Coppa. Lo zero a zero dell'andata dava un vantaggio ai gialloneri, che al Signal Iduna Park, al 90', erano sotto per 1-2 e pensavano di dovere mestamente dire addio alla competizione. I due gol nel finale hanno riscritto la storia, facendo diventare il Borussia Dortmund la squadra del destino. Jurgen Klopp, quella sera, non ha dormito per l'eccitazione. Nel post partita aveva capito di avere fatto qualcosa di grande, grandissimo, di meritarsi qualcosa di più che non una piazza nelle top4. Già importante per i gialloneri che nel 2005 rischiavano il fallimento, dovendosi ricomprare lo stadio poco dopo e con 80 creditori in sala stampa che volevano essere pagati.
Da otto anni a questa parte tutto è cambiato, ma la filosofia del club della Ruhr è decisamente impossibile da assimilare al Bayern Monaco, il nemico storico. Il Borussia deve cedere, deve cambiare pelle, mutare. Non nell'allenatore, certo, che è inseguito dalle grandi società del globo terricolo, ma per quanto riguarda gioco e modulo. E soprattutto interpreti, perché nell'anno passato è stato Shinji Kagawa a lasciare Dortmund per un'eredità di circa 22 milioni di euro elargiti dal Manchester United per acquistarne il cartellino. Un giocatore chiave lasciava i gialloneri per andare a giocare fuori ruolo all'Old Trafford e, come nelle migliori aziende, chi riesce a pagare di più e prevedere rosee aspettative alla fine ce l'ha vinta. In pochissimi avrebbero scommesso nell'arrivo del Borussia alla finalissima di Wembley, dove Klopp non è nemmeno mai stato.
Klopp, 46 anni, due figli uno di 26 e l'altro di 24. Il secondo è stato un buon giocatore, arrivando fino alla squadra riserve del Borussia prima di farsi male. Sposato, separato, ora convive con una scrittrice che firma libri per bambini parlando di calcio. Una sorta di ossessione, in famiglia, nonostante lo stesso tecnico non sia stato un grande calciatore. Tutta la sua carriera l'ha passata al Magonza, dai 23 ai 34 anni, passando da centravanti a difensore. E, con la stessa naturalezza, dal campo alla scrivania. Nessun patema d'animo, nessun problema di fiducia oppure di anzianità. Essere compagno o maestro, in fondo, fa poca differenza. Serve avere carisma per essere una bandiera, come serve deferenza nei confronti del proprio allenatore. E questo lo ha portato ad avere problemi anche importanti, perché Kloppo - come lo chiamano in tanti - sembra il vicino della porta accanto, non il manager che guadagna milioni di euro. Una volta, a un colloquio di lavoro per la guida dell'Amburgo andò in tuta. L'altro in giacca, cravatta e pantaloni. Inutile dire chi l'ebbe vinta, e non fu Klopp, che poi disse chiaramente che avrebbero potuto tenerselo, quel posto.
Un personaggio anticonformista anche nei metodi di allenamento. Basti pensare al ritiro in Svezia svelato in una bella intervista al Guardian dell'altro ieri, con il Mainz che - appena salito in Bundesliga nella propria storia calcistica - era stato costretto a prepararsi al ritiro cucinando del pesce, in tenda, senza corrente elettrica e senza la possibilità di allenarsi seriamente. Un ritiro che cementò il gruppo (per quanto radical chic potesse sembrare) e la squadra di Magonza si salvò prima di finire in Europa League l'anno successivo. Nel 2008 la chiamata del Borussia Dortmund, quando oramai la società della Renania aveva deciso di interrompere, dopo 17 anni di soddisfazione reciproca, il rapporto con Klopp. Una settimana di pianto per andarsene, l'intenzione di non volersi più attaccare così tanto a un posto di lavoro, una settimana al Borussia e rieccoci da capo. Allievo di Arrigo Sacchi, capisce ben presto che il 4-4-2 può prescindere dal libero, ed è il primo che nella Zweite Bundesliga di inizio millennio utilizza la versione più moderna della zona. Salvo poi comprendere appieno che non servono i giocatori migliori per vincere le partite, bensì uno studio approfondito della tattica per neutralizzare l'avversario. L'Arsenal, ma anche il Barça: le squadre più divertenti vengono spesso accostate al Dortmund proprio per la loro capacità di creare palle gol e giocare a velocità incredibili, nell'intento di attaccare e di non difendere.
Questa è anche una delle caratteristiche per cui Klopp può essere considerato un santone, alla Zeman, per quel che concerne i propri attaccanti. La differenza con il boemo è che, una volta smessa la casacca giallonera, di colpo i suoi ex cannonieri incominciano a sviluppare un'allergia abbastanza difficile da scacciare: quella del mal di gol. Barrios è solo l'ultimo esempio e, nonostante sia allenato da Marcello Lippi e giochi in un campionato decisamente anonimo come quello cinese, non riesce davvero più a bucare la rete avversaria. Ci prova in tutti i modi, ma nulla. Prima di lui qualcun altro, come Mohamed Zidan - che sembrava potesse davvero giocare nel Barça finché c'era lui come tecnico - ma non solo. Insomma, un grande maestro di calcio che fa rendere al meglio gli attaccanti, basti pensare a Lewandowski, che poi contraggono un'anemia da rete abbastanza insolita.
E per gli attaccanti, Klopp, ha una predilezione. Salvo poi arrabbiarsi se non cedono alle proprie lusinghe, un po' come Podolski qualche anno fa che, ai tempi del Colonia, veniva accusato di essere un giocatore incompiuto, un talento inespresso, quasi a sottolineare una certa inadeguatezza dopo grandi prestazioni con la nazionale. Prinz Poldi era stato un obiettivo di Klopp per lungo tempo, ma si era negato per tre volte al suo abbraccio, tanto da doverlo ricordare pubblicamente. Chissà se ora si è pentito della scelta fatta, dopo un anno positivo, certo, all'Arsenal, ma non da protagonista né in Premier né in Champions. E poi ci sono i dvd di Manolo Gabbiadini, visionati da Klopp in persona, che considera il centravanti di Bolgare un buon acquisto per il modo di giocare e la capacità di adattarsi sull'esterno del mancino bergamasco.
E pensare che c'era un tempo in cui il Bayern Monaco era pronto a scommettere su di lui per la panchina bavarese. Ebbe la meglio Jurgen Klinsmann, il secondo candidato, nonostante lui fosse in Zweite Bundesliga e guidasse il Mainz, non certo una delle potenze del calcio mondiale. Il giorno dopo l'appuntamento con la storia, la semifinale col Malaga, Michael Zorc avvicinò Klopp e lo informò che Mario Gotze poteva essere ceduto da un momento all'altro, con la clausola rescissoria. Alla sera Kloppo doveva presenziare alla Premiere di un film di un attore suo amico, Wotan Wilke Möhring, ma non ci andò perché non era possibile parlare, non c'erano altre parole. Il Bayern Monaco è come James Bond, però cattivo, perché può creare una formazione che può durare anni, creando una dinastia. Un Barcellona in piccolo formato. E lui doveva combatterlo. Un pezzo di cuore era saltato, come Kagawa - abbracciato per 20 minuti e piangente dopo la notizia del suo passaggio allo United - e poi Sahin. Il centrocampista è poi tornato, ma l'ultimatum lanciato dal Bayern Monaco a Gotze - ora o mai più? - ha fatto breccia e lui è finito nelle mani dei rivali. Salvo poi uscire, con tutta la sua forza destabilizzante, il giorno prima della semifinale con il Real Madrid. Sembrava finita, invece il poker di Lewandowski ha spiazzato tutti, Mourinho compreso. Ecco, proprio il portoghese è il primo fan di Klopp, gli telefona e spesso si consulta per questioni tattiche. Un'investitura a tutto tondo, dallo Special One che ha già vinto due Coppe Europee con squadre che, perlomeno alla vigilia, non erano date per favorite. Come Mou non ama Guardiola, per usare un eufemismo, e come Mou qualche volta esagera contro gli arbitri. Si prepara le conferenze stampa, mai banali, da grande istrione qual è. Non gli va di essere accostato a nessuno, nei suoi errori vuole rimanere Jurgen Klopp, nessun altro. Anche se qualcosina lo accomuna ad Antonio Conte: pare che nell'estate scorsa abbia optato per un trapianto di capelli, proprio come lo juventino.
Ha un contratto fino al 2016, e vuole rispettarlo. L'anno scorso ha detto no al Liverpool, quest'anno almeno al Napoli - sebbene De Laurentiis sia da prendere con le pinze nelle sue esternazioni - ma anche altri club hanno sondato la sua disponibilità, avendo risposta negativa. Chiaro come la natura mutevole del Borussia Dortmund, con tanti grandi campioni che possono lasciare il club ogni estate per poi rifinanziare le campagne acquisti, dia una mano. "Se dovessi urlare 'copri a destra!' allo stesso giocatore, dopo 10 anni e 200 rimproveri nessuno mi ascolterebbe più". Una visione incredibile per un tecnico che nella sua vita ha vissuto per 17 anni la maglia del Mainz, considerando anche la parentesi da calciatore, e poi già per cinque (and counting, come direbbero a Wembley) la tuta del Borussia Dortmund. Una piccola parentesi anche come commentatore tecnico, con la lingua che feriva più della spada, per i mondiali 2006, europei 2008 e mondiali 2010, con la ZDF. La sue capacità tattiche e dialettiche hanno fatto sì che il programma fosse un successo, come il suo calcio. Dopodomani avrà davanti il Bayern Monaco, nel suo completo più smagliante. Arriverà in Aston Martin, proprio come James Bond, con una giacca nera, la cravatta, la camicia bianca. Il pantalone incredibilmente elegante, la scarpa da sera. Pronto per la premiazione. E lui, in tuta, gli si parerà davanti. Perché l'abito non fa il (Bayern) Monaco.




