L'addio di Rio Ferdinand, giustiziere di Moyes
Andrea Losapio
L'estate del 2002 fu quella dei grandi difensori centrali. Berlusconi e Galliani facevano il gioco delle tre carte per raggiungere Alessandro Nesta, uomo simbolo della Lazio. Moratti spendeva un capitale per avere Fabio Cannavaro - salvo poi scambiarlo, bontà sua, con Carini - dal Parma. Infine Rio Ferdinand, imponente difensore centrale del Leeds, che firmava con il Manchester United di sir Alex Ferguson per una cifra intorno ai trenta milioni di sterline. Con i bonus arriverà a 34.
Dodici anni, sei Premier League, una Champions e un mondiale per club dopo, Ferdinand lascia la compagnia dopo la stagione più brutta, forse, dell'intera carriera. Perché quello con David Moyes è stato un amore - diciamo pure feeling - mai sbocciato, tanto più che se fosse stato per lui, probabilmente, avrebbe già licenziato il tecnico dopo solamente due mesi.
Un po' perché giocava poco, un po' perché i risultati non erano certamente quelli del suo predecessore.
Non sarà però l'ultimo capitolo di una carriera sfavillante, perché Rio Ferdinand ha già spiegato di non volere appendere gli scarpini al chiodo. Continuerà a giocare perché si sente in forma e sano, probabilmente non sarà in una squadra da fab four, perché la carta d'identità recita 36 anni - il prossimo 7 novembre - e non è possibile riportare indietro le lancette del tempo. Fuori dal campo è però una persona controversa, sia nel male - con le tante infrazioni alla guida, parole omofobiche e razziste - sia nel bene, tra beneficenza e iniziative sociali. Nel prato verde è stato un vero dominatore, con pochi attaccanti in grado di metterlo in reale difficoltà.




