Zavaglia si racconta: "Allegri mi faceva ammattire. Era molto legato a Galeone"
Chiara Biondini
"Neymar? Avevo il mandato della Juventus, è vero, ma purtroppo il padre aveva già fatto il danno accordandosi col Barcellona"
LA GRANDE OPERAZIONE Zavaglia ha portato Zidane dalla Juventus al Real Madrid
"Un nuovo Totti? Difficile, vista la scarsa cura per i settori giovanili italiani". Inizia così, con un po' di rammarico e del sano realismo, il lungo viaggio di Francesco Zavaglia, agente di calciatori, Dottore in Economia e Commercio per lo stato, nonché per molti scopritore del Capitano della Roma. E non poteva che iniziare da qui, dalla brillante intuizione calcistica legata a quello che gli almanacchi avrebbero fatto poi diventare il più grande giocatore della storia giallorossa, questa traversata nel mezzo al mare del calciomercato.
"Era una domenica mattina, le 10:30 circa. Ai tempi ero allenatore al Tor Sapienza, in Promozione. Prima di un incontro vidi un biondino piuttosto secco, magrolino".
Si può parlare di colpo di fulmine?
"Aveva dei colpi straordinari, e allora come oggi poteva risolvere le partite da solo, fa e faceva la differenza in tutto. Chiesi al presidente come si chiamava, lui mi rispose: 'Francesco Totti'. Grazie al suo aiuto e ad alcune conoscenze mi misi in contatto con la famiglia e da li nacque il tutto, il nostro rapporto professionale".
E prima di questa svolta epocale per la sua carriera, cosa c'era? Chi era Francesco Zavaglia?
"Un emigrante a Roma dalla Calabria. Mio padre faceva il ferroviere, a casa eravamo 8 fratelli. Via via molti si trasferirono a Roma, e verso i 16-17 anni li raggiunsi assieme ai genitori".
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Il primo contatto col calcio?
"Giocavo da giovane, a livello dilettantistico. Poi alcuni infortuni alle ginocchia mi hanno fermato ed ho optato per la panchina. Ero allenatore in Serie D, ma essendo laureato in Economia e Commercio avevo messo su uno studio commerciale di una certa importanza. Ad un certo punto dovetti scegliere se continuare ad allenare o seguire la strada tracciata dagli studi e optai per quest'ultima, il mestiere dell'allenatore non dava le giuste garanzie e da buon calabrese volevo avere qualche certezza in più".
Come è arrivato, allora, ad essere un agente?
"La passione per il calcio c'è sempre stata e continuava a tornare fuori. Gli studi poi mi aiutarono, senza dubbio. Quando nacque la figura dell'agente fui fra i primi a fare l'esame e prendere il tesserino. A quel punto cominciai davvero a vedere la partite con un occhio diverso. Puntavo ai giovani, per me sono la massima espressione del calcio".
Il primo calciatore in assoluto che ha trattato?
"Pacione, dalla Roma passò al Cagliari. Poi Provitali. Poi Giannini e via via tutti gli altri".
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Torniamo a Totti. Ci racconta il suo rapporto col giocatore?
"Una delle mie priorità, da sempre, è quella che il giocatore faccia il giocatore, chi cura gli interessi penserà a tutto il resto. Anche oggi lavoriamo a 360°, dobbiamo raccogliere tutte le esigenze, dalle assicurazioni ai trasporti, dai traslochi alle questioni fiscali".
Ad un certo punto, però, le vostre strade si sono separate
"Si sono messe di mezzo persone esterne. Totti aveva rinnovato da poco il contratto, era il primo di un certo spessore, avrebbe guadagnato 500 milioni di lire al mese. Lo facemmo con Lucchesi, dg della Roma all'epoca. Erano i tempi della Gea, ed io lavoravo con Alessandro Moggi. Il nome del padre del mio partner purtroppo non era ben visto a Roma, così la famiglia di Totti decise di interrompere il nostro rapporto. Qualcuno forse li aveva convinti a rinunciare al nostro lavoro, il tutto perché il mio nome, a quel punto, poteva diventare scomodo".
E oggi, com'è il rapporto fra di voi?
"Vi cito un esempio: ero a Trigoria per Aquilani, il padre di Totti mi avvicinò e mi confidò che ero stato l'unico che avesse realmente fatto gli interessi di Francesco. Questo per dire che ho un rapporto di stima sia con lui che con la famiglia".
Ci racconta qualche retroscena riguardante la bandiera della Roma?
"Inizio col dire che credo abbia guadagnato meno di quanto meritasse. Ad inizio carriera sulla panchina della Roma c'era Bianchi, che proprio non lo vedeva. Pensate che mi fermò a Trigoria per dirmi che secondo lui il ragazzo era gestito male e che in Argentina ne avrebbe trovati a centinaia, di Totti. Gli risposi che allora l'Argentina avrebbe vinto tutto a livello Mondiale per i successivi 20 anni. Così decidemmo di andare alla Sampdoria di Eriksson e Spinosi".
Cosa bloccò lo sbarco a Genova?
"Sensi era incuriosito dalla mia testardaggine nei confronti del ragazzo. I primi di gennaio il presidente organizzò una partita contro l'Ajax di Litmanen, il grande sogno di Bianchi. Sensi pretese che Totti partisse titolare, e alla fine del match oscurò letteralmente Litmanen. Da quel momento Totti divenne Totti ed iniziarono i problemi fra tecnico e società".
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Dica la verità, solo la Samp lo ha cercato negli anni?
"Macché
Milan, Juventus e Real Madrid su tutte. Ma Francesco ha sempre avuto l'ostinazione di rimanere a Roma e nella Roma, lui era un tifoso e mi sembra che negli anni l'abbia abbondantemente dimostrato".
Prima parlavamo della Gea. Ci spiega come nacque questa società?
"Con Alessandro Moggi avevamo costruito una struttura invidiata da tutti. Lavoravamo bene, a livello professionale funzionava tutto. Siamo stati anche i primi ad organizzare il famoso Expo Goal, dove si incontravano società e aziende commerciali per le sponsorizzazioni. Era un sistema innovativo per trovare introiti".
Cosa successe, poi, alla Gea?
"Ad un certo punto accadde quello che sappiamo, molto probabilmente per colpa di queste invidie di cui prima. Dicevano che derubavamo i calciatori e che alla Juventus ne avevamo troppi vista la presenza di Luciano Moggi. Ma noi all'epoca avevamo tre giocatori in bianconero, che oltretutto erano 3 nazionali. Conte, Iuliano e Tacchinardi, giocatori che hanno fatto la storia della Juventus e della Nazionale. La verità è che la Gea dava fastidio, così qualche operatore calcistico e qualche collega fecero sì che il giocattolo si rompesse. Il processo poi ha dato la quasi reale dimensione di quello che era la Gea, tutte le maldicenze e le dicerie alla fine sparirono. Ma vorrei ancora togliermi un sassolino dalla scarpa
".
Prego.
"Abbiamo sofferto di tutto, in quel periodo. Perquisizioni della Guardia di Finanza alle 6 la mattina, per esempio. Una volta cercavano la droga, qualcuno pensava che con i soldi delle società comprassimo e rivendessimo droga. La seconda per presunti versamenti illeciti ad una banca. Tutto falso. Ogni volta che usciva qualcosa sui giornali, avevamo la GdF a casa. Ci hanno fatti neri, e purtroppo le istituzioni non ci hanno protetto".
E le intercettazioni, allora?
"Hanno pubblicato solo quelle che volevano. Abbiamo dovuto convivere con cimici sotto i tavoli dei ristoranti, telecamere
neanche fossimo degli assassini".
E di Luciano Moggi, quindi, cosa pensa?
"Purtroppo era una figura scomoda per molte società italiane. Era capace e professionale, arrivava sui giocatori 6 mesi prima degli altri operatori di mercato. Qualcuno forse voleva vendicarsi, e ci siamo andati di mezzo anche noi".
Come siete riparti, lei ed il suo socio?
"Molti colleghi cercarono di saccheggiare il nostro portfolio, ma la forza di volontà, la voglia e l'abnegazione ci fecero ripartire con una nuova società, sempre basata sui giovani".
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Ricorda con particolare affetto un giocatore della sua scuderia?
"Importanti ne ho avuti tanti. Dico Giannini, uno dei primi di un certo spessore".
Uno che l'ha fatta ammattire, invece?
"Allegri, senza dubbio. Era molto legato a Galeone, ovunque andasse il mister chiedeva ai dirigenti di prendere Allegri. Max all'epoca giocava a Padova, e Galeone l'ultimo giorno di mercato passò al Perugia. In una notte, con la massima fretta, dovemmo inventarci il trasferimento di Allegri da Padova a Perugia".
Fra gli affari che ha curato c'è quello che ha portato Felipe Anderson alla Lazio.
"Fui il primo a fargli il nome, alla Lazio. Mi dettero il mandato per trattarlo, ma c'era il problema del cartellino, che apparteneva in parte ad una società inglese. A gennaio non fu possibile chiudere per pochi minuti: Lotito dette l'ok a mezz'ora dalla chiusura delle trattative, non c'erano i tempi tecnici per fare l'operazione. Tare però con tenacia, volò in Brasile per 20 giorni, parlò col ragazzo e a giugno chiuse il colpo".
Segue molto il Brasile, da sempre terra di grandi talenti?
"Ci vado spesso, ma solo quando si gioca il campionato Paulista, in cui ci sono club di A, B e C. Quelli di A fanno giocare i giovani in vista del campionato nazionale. Quell'anno seguii il Santos di Neymar, Danilo, Rafael e Jonathan. Erano tutti giocatori di prospettiva, direi".
È vero che aveva il mandato della Juventus per Neymar?
"Avevo il mandato della Juventus, è vero, ma purtroppo il padre aveva già fatto il danno accordandosi col Barcellona. Non potemmo far niente nonostante la Juve avesse accontentato le richieste economiche del Santos. La Juventus era arrivata prima degli altri, effettivamente".
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Il prossimo talento in arrivo dal Brasile?
"Segnatevelo: Malcom, classe '97 del Corinthians".
Altri paesi in cui pesca nuovi talenti o con cui è solito fare operazioni?
"I Balcani e la Spagna. L'operazione che ricordo nella Liga fu Zidane al Real Madrid, condotta da me e Alessandro Moggi. Fu un'operazione complicata, lunga, che soddisfò la Juve economicamente, il giocatore che avrebbe fatto la storia del Real e il club spagnolo".
Altre operazioni con la Spagna?
"Amedeo Carboni. Dopo un intervento al tendine d'Achille qualcuno diceva che non avrebbe più giocato. Ha fatto la storia del Valencia, poi. Ma anche Di Vaio, sempre al Valencia e poi al Monaco. Poi Tacchinardi, Maresca, Giannini allo Sturm Gratz e Aquilani al Liverpool".
Ci dica la verità
In Italia non ha ancora scovato un nuovo Totti?
"È difficile, al giorno d'oggi, soprattutto in Italia. I settori giovanili non vengono curati, ma in Italia ci sarebbero tanti ragazzi che potrebbero giocare ad alti livelli, ma che purtroppo sono chiusi da tanti, troppi stranieri non all'altezza del campionato italiano".
Ha idea di come poter cambiare questa situazione da molti definita drammatica?
"Lavorare sui giovani, obbligando le società giovanili a non avere più di un certo numero di stranieri. Così dovrebbe essere anche nelle prime squadre, è inaccettabile vedere club senza italiani in campo la domenica".
Ma c'è davvero voglia di cambiare, secondo lei?
"Oggi no, non vedo niente di concreto. Non è stato fatto nulla purtroppo, solo tante chiacchiere".
Torniamo a Francesco Zavaglia. Hobby extra calcistici?
"Da piccolo andavo sui cavalli, e anche oggi mi piacciono come atleti, ovviamente non parlo di gioco. Avevo una scuderia con tantissimi cavalli prima, oltre 100, mentre oggi solo una ventina. Il mondo dell'ippica è andato in difficoltà, tutto il settore è in crisi e non concede le giuste risorse per mantenere un'attività del genere".
Può vantare successi anche in questo campo?
"Avevo nella scuderia una delle figlie di Varenne, si chiamava Olona OK. Vinse il prestigioso Derby del Trotto, una delle corse più importanti".
Da romano adottivo, cosa pensa della Capitale?
"Vivo a Marino, vicino Roma. Mi sento un romano adottivo. Mi sono integrato con i romani, sono un intruso qua, ma mi trovo davvero bene. Roma è una città splendida ed io vivo ai Castelli, vedo paesi e posti inimmaginabili".
Piatto preferito della cucina romana?
"I bucatini all'amatriciana. E rigatoni alla pajata".
C'è un motto, una frase simbolo della sua carriera?
"Una frase che oggi usano in molti ma di cui mi prendo la paternità: 'Il calcio è di tutti ma non per tutti'".
Chiudiamo il nostro viaggio con un gioco: ci indichi un undici ideale dei suoi assistiti.
"Scelgo il 4-3-3 con De Sanctis, Ferronetti, Bovo, Iuliano, Molinaro, Conte, Giannichedda, Tacchinardi, Giannini, Ravanelli, Totti. Ah l'allenatore
ovviamente Max Allegri".
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